Il dilemma di «Vàrtere»

Tutti sanno che il veltronismo non va preso sottogamba. E questo perché Veltroni, a differenza di Prodi, rappresenta un grande alibi italiano: quello di una sinistra buona, incontaminata dalla sanguinosa poltiglia del comunismo (di qui il preteso ma efficace «anticomunismo» del giovane Walter) e fatta più di emozioni e commozioni che non di pianificazioni punitive alla Visco. Conosco bene Walter e un tempo eravamo amici. Gli voglio ancora bene anche se il mio passaggio alla «destra» (che io sostengo essere la vera sinistra: riformista, liberale, senza conti aperti con alcun passato) ha raffreddato il rapporto personale. Ma lo ricordo prima di tutto nel mezzo della sua più sfacciata e ardita - e in fondo vincente e astuta - operazione veltroniana: quella con cui cercò di spacciarsi per il «Kennedy italiano» quando nel 1992 pubblicò Il sogno spezzato. Le idee di Robert Kennedy. Un libro non bellissimo, ma politicamente redditizio perché portò in Italia la vedova di Bob Kennedy (il fratello del Presidente ucciso, e assassinato anche lui quando stava per vincere le elezioni) e forse qualche rampollo, tutti in un piccolo cinema romano vicino a piazza Fiume. Segue dibattito, come si diceva ai bei tempi e fu una operazione ben riuscita.
Walter, che a Roma chiamano Vàrtere, è un sindaco immaginifico e nottambulo, creatore di immagini, suoni, invenzioni coreografiche, esattamente come lo fu da direttore dell’Unità, giornalaccio cadaverico e tombale che lui trasformò in un quasi allegro strumento di filmografia con cassetta allegata e cineteca incorporata. È un cinefilo, un bibliofilo, un collezionista di figurine Panini, un entusiasta raccoglitore di finzione emotiva. Per questo è un grande comunicatore e per questo a destra è visto come il fumo negli occhi perché può competere con Berlusconi, ma con strumenti diversi: Vàrtere è immaginifico e modernamente dannunziano, non ha paura di conservare e mostrare il passato fascista dell’Italia e anzi porta incorporata in sé quella civetteria comunista che consiste nel non buttare a mare tutto il fascismo, per la continuità che è tanto inconfessata quanto evidente. Come sindaco dipinge le facciate e lascia le buche: avere una moglie incinta a Roma è un’esperienza da incubo ed è un incubo essere bambini a Roma dove non c’è quasi nulla da fare per i piccoli, malgrado qualche iniziativa saltuaria ed eccessiva, di immagine e qualche eccezione. Ma le ville romane, malgrado saltuari sforzi, restano impantanate in un guano di preservativi siringhe e lattine di birra, con le ruggini e le infezioni che rendono la Roma per le famiglie, una città del terzo mondo se confrontata con Londra, Parigi o New York. Ma il motto di Vàrtere è: la facciata prima della pavimentazione, l’apparenza al posto della sostanza. In un suo recentissimo discorso ha spiegato che essere di sinistra significa semplicemente essere buoni, vivere il dolore altrui come proprio, piangere le altrui lacrime ed essere generosi e soccorrevoli. Sembra carino, ma è un imbroglio: e allora gli altri che cosa sono? Bestie? No, si tratta di propaganda veltroniana, abile, genuina, allegramente giovanile: Vàrtere aveva i capelli lunghi, ha sempre avuto la parola facile e il viso onesto. Una volta Federico Fellini mi disse: «Veltroni è la fotografia del compagno di classe buono, quello con cui speravi di poter fare le vacanze estive o di giocare a calcetto».
Ed è così che Veltroni ha alimentato ed è cresciuto nel personaggio antagonista del comunismo all’interno del comunismo. Una volta Paolo Franchi, celebre giornalista, raccontò di essere rimasto orripilato, e di essere fuggito per sempre, quando da segretario della Federazione Giovanile Comunista si trovò in un Paese dell’Est coinvolto in un tentativo di addestramento militare e spionistico. Scappò a gambe levate e lasciò sia il partito che la federazione giovanile al suo successore, un certo Massimo D’Alema che non risulta che sia mai scappato a gambe levate, che anzi è ancora oggi un amico di ferro della Russia come si è visto durante il suo incontro con il vicepremier e presidente di Gazprom, Dimitry Medvedev, il quale dopo averlo incontrato ha detto: «Se dovessi ricorrere a degli aggettivi per definire l’andamento delle nostre relazioni, sicuramente adotterei i superlativi».
Gli amori giovanili non svaniscono mai e l’amore giovanile di Vàrtere non è la Russia, ma l’America, la New York dove vive anche suo fratello e dove si provvede di camicie «botton down» dai Brooks Brothers in Madison Avenue, o dovunque capiti. Lui è un tipico comunista italiano che sa che non si può sfuggire al fascino dell’America e che quindi ha bisogno di inventare una cosa che non esiste e cioè «l’altra America», una America immaginaria di musica e di plastificati fratelli Kennedy (i quali erano sfiorati da torbide vicende di mafia con Tom Giamkana e si dividevano letto e grazie di Marilyn Monroe la quale o si suicidò o fu assassinata), di Martin Luther King – che era un conservatore americano e fiero anticomunista – di rockettari di tutte le risme e di pacifisti che manifestano contro la guerra: un’America finta, immaginaria, falsa, propagandata dai comunisti italiani e francesi ma sconosciuta fra l’Hudson e il Pacifico. E anche il suo modello pacifista indiano Gandhi era un grande ammiratore di Mussolini (che lo sosteneva in funzione anti inglese) ma più che altro era fautore della divisione in caste, i paria nel fango e gli eletti sulla lettiga. Ma questi dettagli non preoccupano Vàrtere perché quel che conta è l’icona, il simbolo, la figurina, la locandina. In compenso è uno dei pochi uomini di sinistra consapevoli del fatto che esiste una destra colta, una destra seria e degna di attenzione e rispetto, cosa che ama sostenere a viva voce nelle cene private.
È uno scrittore prolifico e ogni suo libro, alquanto leggero ma sempre leggibile, è combinato con una operazione politica, una programmazione mediatica. In televisione non è una spada da samurai, ma difende il personaggio garbato, ragionevole, ironico. Se è un uomo di potere? Assolutamente sì, ma questo è un merito: guai a fidarsi di quei politici che negano di volere esercitare il potere. Lui ha già un cursus honorum da grande patrizio, è stato vice presidente del Consiglio con Prodi di dieci anni fa, è entrato in Parlamento da piccolo e prima ancora, al Consiglio Comunale capitolino ancora in fasce: sempre avendo questa idea del partito comunista come di una cosa che non ha nulla a che fare con la realtà, ma che con una tonnellata di trucco e molta chirurgia estetica si potrebbe rimettere in scena. Veltroni è un regista cinematografico, un propagandista, un divulgatore popolare, un interprete di sogni e in questo – a lui spiacerà ma è la pura verità – è terribilmente simile a Berlusconi, il quale con altri strumenti comunicativi e con tutt’altro background, fa la stessa cosa e si fa adorare dalle folle. Non a caso uno dei primissimi libri di Veltroni, prima che il Cavaliere scendesse in campo, si intitola Io Berlusconi e la Rai.
Come sindaco si sa che Vàrtere si occupa soltanto delle grandi relazioni pubbliche, comprese quelle buone: va effettivamente a spasso fra il popolo e conosce ogni borgata, ma lascia al ferreo apparato del partito l’amministrazione vera e propria dell’azione politica, il che depone male sulla sua qualità di premier: tende a lasciar fare le cose che contano ad uomini ombra e a tenere per sé tutto quello che scintilla. Il Partito democratico, scopiazzatura del partito dell’asino americano, sembra una creatura veltroniana doc: un altro nome per il vecchio partito comunista che cerca di produrre un nuovo soggetto politico restando una pura facciata. Comunque, si vedrà.
Il dilemma di Vàrtere è quello di prendere questo treno o rischiare di restare a terra per sempre, ma il ragazzo è intelligente e sa bene che questo treno vale la pena prenderlo soltanto se Prodi scende: che cosa ci starebbe a fare un segretario del più grande partito di governo, mentre al governo ci sta un altro, odiatissimo, fallimentare, che è anche un senza partito, un cuculo che ficca le sue uova dove può? E lì la partita si fa insidiosissima, perché un governo Veltroni non potrebbe essere di basso profilo, ma ambirebbe necessariamente ad uno alto, e dunque non potrebbe essere un governo a bassa intensità che faccia la legge elettorale per tornare a votare ma dovrebbe per necessità essere un governo ambizioso in cui il giovane Vàrtere si possa lanciare come novità del futuro, in competizione sia con Berlusconi che con la banda dell’antipolitica che porta come hombre fuerte l’hidalgo automobilistico Cordero di Montezemolo. È un disegno molto, troppo ambizioso e Veltroni lo sa, anche perché la partita mortale per la leadership interna alla sinistra determinerà il gioco della torre in cui i perdenti verranno buttati giù dalla finestra. D’Alema, come sempre, finge di mandarlo avanti per tagliargli le gambe. Una notazione personale: come segretario dei Ds, nel 1999 durante il governo D’Alema, fu lui a volere che il «Dossier Mitrokhin» fosse reso pubblico e consegnato al Presidente della Commissione Stragi senatore (diessino) Giovanni Pellegrino, il quale si infuriò. La cosa mise nei guai lo stesso D’Alema che si precipitò, proprio lui, ad appoggiare la richiesta di Cossiga perché si facesse una Commissione Parlamentare d’Inchiesta Mitrokhin. Il resto, è storia recente.
Paolo Guzzanti
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