Diliberto fa l’ultrà per rubare i voti di Bertinotti

Laura Cesaretti

da Roma

L’imbarazzo c’è, è inevitabile: un po’ come quando un proprio parente poco educato mastica a bocca aperta o si mette le dita nel naso ad una cena formale cui si è purtroppo stati invitati insieme. E infatti, a scoppio ritardato, ieri nell’Unione facevano tutti a gara a mostrare riprovazione, a prendere le distanze, a far quasi finta di non conoscerlo, quel «truculento» (così Piero Fassino) di Oliviero Diliberto.
Lui però non demorde: invitato al Tg1 il leader del Pdci non si rimangia le «mani lorde di sangue» attribuite a Bush e Berlusconi, e spiega che non è quel suo giudizio ad essere pesante, «pesante è la guerra che ha fatto migliaia e migliaia di morti, non solo tra i soldati, ma anche nella popolazione civile, gente innocente». E avverte: «Io non ho la possibilità di fermare la guerra, di evitarla, ma ho fiato e finché avrò fiato protesterò contro la guerra. È ipocrita non farlo». Anche bruciando bandiere d’Israele in piazza, o lasciando inneggiare a «dieci cento mille Nassirya», com’è successo solo pochi giorni fa a Roma. Certo poi ai dirigenti del centrosinistra tocca correggere, rettificare, spiegare che non la si pensa affatto come lui, che le sue «battute sono infelici e non condivisibili», come spiega per la Margherita Pierluigi Castagnetti. Oppure ricordare che «il rapporto con gli Stati Uniti è decisivo per l’Italia», come dice Walter Veltroni, e che «tutte le forze politiche», persino Diliberto&Rizzo, dovrebbero «avere in questo momento senso di responsabilità e misura».
Ma in realtà tutti, da Prodi (che infatti evita di commentare) in giù, sanno che tocca ingoiare e tenersi Diliberto e le sue imbarazzanti quanto inevitabili sparate. Perché il problema del Pdci e del suo capo è molto semplice, e si chiama «due per cento». È una lotta per la sopravvivenza, quella che i post-cossuttiani (che hanno le mani, per dirla alla Diliberto, ancora «lorde del sangue» del fondatore Cossutta, fatto fuori dalle liste e dal partito) stanno combattendo a colpi di bandiere bruciate e invettive anti-americane e anti-ebraiche, una lotta all’ultimo sangue appunto. Anche un po’ cannibalesca, perché l’unica speranza è quella di riuscire a rosicchiare un po’ di consensi massimalisti agli ex fratelli di Rifondazione comunista, per riuscire a superare il fatidico quorum del 2%, che consentirebbe a Diliberto e compagni di tornare in Parlamento.
I sondaggi riservati del centrosinistra dicono che la partita è incertissima, il Pdci oscilla tra l’1 e il 2,5%, che è quindi a cavallo tra la vita e la morte. E dunque più Fausto Bertinotti si modera, celebra la nonviolenza; più fa il leader unitario e responsabile, pronto al governo e ad alte cariche istituzionali, e più Diliberto alza i toni ed esaspera l’estremismo, cercando di intercettare gli scontenti. L’inseguimento è a tutto campo, Diliberto lo fa anche cambiando il simbolo per renderlo più simile possibile a quello di Rifondazione, con cui condivide la falce e il martello: «Era blu e l’han fatto diventare celeste, noi abbiamo aggiunto “sinistra europea” e lui ha piazzato la scritta “per la sinistra” che non si sa cosa voglia dire», sbotta esasperato Franco Giordano, capogruppo Prc. «È un parassita, solo un parassita», esplode un altro dirigente di Rifondazione. Già, perché gli esperti elettorali di Bertinotti hanno spiegato che il 9 aprile prossimo Rifondazione perderà tra lo 0,5 e lo 0,9% di voti solo grazie all’errore di chi confonde i due marchi: un drenaggio che per il Pdci può voler dire la sopravvivenza. Mordono il freno pure i Verdi, che pescano nello stesso bacino di movimentismo e pacifismo oltranzista. E dalla sinistra dell’Unione (Rifondazione in testa) si fa a gara a ricordare che proprio lui, il Diliberto anti-guerra che se la prende con le mani che grondano sangue iracheno, «nel ’98 ha fatto una scissione per diventare ministro in un governo di guerra, quello di D’Alema, che sganciava le bombe su Belgrado. Lui la guerra l’ha fatta sul serio, e ora vuole fare lezioni di pacifismo a noi?». Senza contare, si indigna il leader della Rosa nel pugno Enrico Boselli, che piuttosto che pensare alle mani di Bush, Diliberto - grande apologeta del dittatore caraibico Fidel Castro - «dovrebbe ricordarsi le mani che ha stretto lui a Cuba». Romano Prodi però tace, dice «preferisco non commentare» e lascia al suo fedelissimo Monaco il compito di assicurare che passata la buriana elettorale Diliberto sarà un «sostenitore leale» del futuro governo. Già, perché «in fondo a Prodi non dispiace se noi spuntiamo un po’ le unghie a Rifondazione, e togliamo qualche punto al partito di Bertinotti, rendendolo meno ago della bilancia della sua maggioranza, soprattutto al Senato», confidano dal Pdci. «Parassiti, e anche ascari», sospirano nel Prc.
Laura Cesaretti