Diliberto ha fatto scuola vince la giustizia di classe

Come spesso avviene, alcuni episodi accaduti a metà agosto hanno improvvisamente attirato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica su realtà scarsamente conosciute. Com’è possibile, si sono chiesti sconcertati i cittadini, che ad uno psicopatico, già autore di un efferato omicidio, sia stato possibile uccidere ancora, senza aver scontato un giorno di custodia cautelare; che analoga decisione abbiano assunto i magistrati per un guidatore ubriaco, già fermato in passato con tanto di ritiro della patente, dopo che ha travolto ed ucciso una donna; che soltanto dopo l’intervento del ministro della Giustizia si siano aperte le porte del carcere per un incendiario, colto in flagranza di un reato che è costato quest’anno la perdita di vite umane.
Bisognerebbe girare la domanda all’ex Guardasigilli del governo Prodi, Oliviero Diliberto, ora segretario dei Comunisti italiani, teorizzatore di una giustizia che non deve colpire quelli che lui definisce i «poveracci», ma i veri criminali, quelli che si annidano fra i «colletti bianchi» della politica e della finanza. Bisognerebbe poi leggere qualcosa della produzione teorica di tanti magistrati aderenti a Magistratura Democratica e dintorni per accorgersi che la loro visione della giustizia non è tanto diversa da quella di Diliberto. Si capisce allora perché nei casi sopraccitati le condizioni dettate dal Codice di Procedura Penale per la custodia cautelare, pericolo di fuga, inquinamento delle prove, possibilità di reiterazione del reato, non sono state ritenute sussistenti, anche se i reati di omicidio e di incendio doloso erano stati consumati. E si capisce anche perché, viceversa, cittadini incensurati, dal principe Vittorio Emanuele al finanziere Stefano Ricucci, vengano senza tanti complimenti associati alle patrie galere, accusati di aver commesso reati che troppo spesso nel prosieguo del processo, quando si arriva ad un processo, si scopre che reati non erano. Ne sanno qualcosa decine di esponenti politici che, agli inizi degli anni ’90, si videro improvvisamente distrutti, marchiati da una esperienza carceraria certamente non risarcita dalla successiva archiviazione o dall’assoluzione con formula piena.
Ne sa qualcosa il comandante provinciale dei Carabinieri di Campobasso, colonnello Maurizio Coppola, che dopo aver scontato tre mesi di custodia cautelare, su richiesta del procuratore della Repubblica di Larino, l’ex parlamentare della sinistra Nicola Magrone, scarcerato il 15 di agosto, si è visto applicare in soprappiù la misura interdittiva della residenza a Campobasso. Di quale misfatto può essersi macchiato il colonnello per giustificare tale trattamento? Secondo l’accusa il trasferimento di un appuntato da un ufficio all’altro per poter spiare un capitano e riferire al colonnello stesso su certe indagini riguardanti persone con le quali Coppola non ha mai avuto rapporti in Molise. Incredibile? Incredibile ma vero!
Malgrado le interrogazioni parlamentari non sappiamo come la pensi sul caso il ministro della Giustizia e neppure il Consiglio Superiore della Magistratura, visto che, in questi giorni c’è stato da più parti virtuosamente spiegato che il Codice è così rigoroso da non permettere neppure di arrestare chi cagiona con il suo comportamento la morte di altri. A meno che l’onorevole Diliberto non abbia fatto scuola e sempre più i cittadini debbano pagare le conseguenze della vittoria del centrosinistra non soltanto con più tasse ma anche con più «poveracci» in libertà e più «colletti bianchi» in galera, prima che in un’aula di Tribunale qualcuno abbia dimostrato la loro colpevolezza.
*Deputato Udc