Diliberto inneggia a Cuba e corteggia Rutelli

da Roma

Allora si parte, per il lungo viaggio alla ricerca della Sinistra. Sull’Arca saliranno anche i comunisti «puri e duri» di Oliviero Diliberto, orfani (parricidi) di Armando Cossutta. Ma basterà «essere se stessi», come propone il segretario dal palco del congresso di Rimini, per stare con il composito equipaggio, per confondersi con gli altri in una tanto attesa unità? Al latinista bibliofilo Diliberto non sfuggirà la differenza con il motto più antico, già epigrafe sul tempio di Delfi: gnoti seautòn, conosci te stesso. L’essere è statico, nella proposizione dilibertiana, il conoscersi dinamico, in quella dei Sette Saggi. Il movimento ciò che consente il viaggio, la staticità il suo opposto. Qui a ben vedere sta un punto critico.
Come si preparano alla partenza, Diliberto e compagni? Come comunisti che tali vogliono restare, e farsi riconoscere da lontano un miglio. Il congresso è il tripudio della tradizione. La «play list» è facile: Bandiera rossa, Inno di Mameli e Internazionale, cantata in coro, con pugno chiuso. Tanto rosso e logo storico del Pci. Berlinguer e Gramsci. Il segretario solletica ogni radice, nessuna esclusa, e dal palco conferma la vicinanza e il sostegno, «per le esemplarità della capacità di resistenza, a una piccola isola caraibica, condannata da decenni a un feroce embargo economico, che nonostante tutto ha retto e vinto. Que viva Cuba!», urla Diliberto. Standing ovation.
Ma bisogna pur navigare, ed ecco il congresso rompere gli ormeggi. Moto d’affetto e gratitudine per il compagno Cossutta, assente «per sua scelta» (Cossutta ringrazierà da Roma, ma confermando la sua polemica decisione). Il congresso trova poi il suo clou nella ricomposizione, dopo quasi dieci anni, della scissione da Rifondazione. Tra gli ospiti, oltre a Prodi e Rutelli (clamorosamente mancano Fassino e la delegazione ds è rappresentata da un dirigente di terza fila), c’è il presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Fino a pochissimi anni fa il «nemico numero uno». Quando Diliberto lo saluta, prima come «caro presidente», e poi «se il cerimoniale me lo consente, come caro compagno Bertinotti», è l’intera sala di Rimini a scattare in piedi, salutando nell’ex leader di Prc uno dei più saldi punti di riferimento per la navigazione che verrà. Diliberto va ad abbracciarlo, e d’altronde anche l’uscita di Bertinotti dal Palacongressi verrà accompagnata da stuoli di compagni che accorrono per stringergli la mano e abbracciarlo: «Fausto, torniamo assieme...», gli dicono. Fausto li rincuora e rianima, perché «la sinistra deve avere l’ambizione di aprire la sfida al Pd e di vincerla, con un atto fondativo, una Epinay come quella di Mitterrand...», dirà poi a «La 7». Aperto anche a un «cambio di nome e simbolo», Bertinotti, anche se spetterà ai «vertici di ogni partito». E pronto a guardare senza pregiudizi, anzi a indicare decisamente, Veltroni come futuro leader del Pd e magari anche dell’alleanza per le Politiche 2011.
Con movimenti così rapidi nello scacchiere politico, Diliberto ottiene comunque il successo di inserire i comunisti «doc» nel processo e chiede che presto, prestissimo ci sia una «Confederazione» per una «Sinistra senza aggettivi, perché ogni aggettivo è un paletto che esclude» (comunista o socialista per lui pari sono). È disposto a ogni sforzo e slegato da ogni paletto, ora: il Pdci accetta la sfida del Pd, elogia Rutelli in spregio allo sgarbo di Fassino («I veri riformisti sono quelli della Margherita»), è in marcia con gli altri. «Ha ragione Bertinotti, ci vuole una massa critica, uniamoci senza vincitori né vinti...». Persino troppo facile. Ci voleva il Pd centrista di Rutelli, per buttare il sasso nello stagno.