Diliberto: «Il Pd ha cambiato pusher?»

Fra l’altro, in privato, Oliviero Diliberto è una persona assolutamente mite, uno con cui passeresti ore a parlare di libri antichi, di film, di sigari e di gastronomia. Gauche caviar elevata a potenza. Fra l’altro, nelle istituzioni, è anche il ministro di Grazia e Giustizia che insieme a Marcello Pera è riuscito ad inserire nella Costituzione le norme sul giusto processo.
Il problema è che, lasciata la Giustizia, il leader del Partito dei comunisti italiani ha perso per strada anche la grazia, pure quella con la minuscola. E, appena sale su un palco per fare un comizio o gli mettono davanti un microfono in televisione, si trasforma in un personaggio del suo amatissimo Sergio Leone, facendo della sua politica una sorta di saloon dialettico, con sportellate, pulp verbale, parole splatter come cifra stilistica. Insomma, una specie di versione politica di Jessica Rabbit, un personaggio da fumetto, non così cattivo come lo dipingono, ma a cui piace essere dipinto così e che non si risparmia nulla per entrare nella parte del cattivo.
Genova per lui, ieri pomeriggio, ad esempio. Comizio in piazza Matteotti, nel cuore della città. A scaldare la piazza ci pensa il responsabile organizzativo del Pdci Orazio Licandro, capolista in Liguria della Sinistra Arcobaleno e fedelissimo di Diliberto: «L’avversario è una destra eversiva, populista, neoconfessionale, clericale, fascista, rozza e affarista». Può bastare, almeno fino al momento in cui arriva il capo.
Diliberto carbura piano, come un diesel, che al massimo può coniare l’idea della «vendetta divina» per Mastella, e bastonare la Binetti, Calearo («ogni tanto lo vedo in tivù, ma ci capito per caso, non mi voglio così male»), Veltroni e Di Pietro. Fino al rituale attacco alla teoria del voto utile e, soprattutto, a chi se ne fa paladino nel Pd. «Faccio nomi e cognomi, non ho paura» scandisce il leader del Pdci. Ed è chiaramente il preannuncio del botto, dell’apertura del bar Oliviero: «Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, ha detto testualmente: “Se proprio non volete votare noi, votate Pdl”. Ecco, quando sento gli esponenti del partito di Veltroni dire queste cose, mi chiedo se hanno cambiato spacciatore, se gli hanno tagliato male la merce...».
E non è che sia la prima volta che il dottor Oliviero si trasforma in mister Diliberto. Anzi, per lui è la normalità. Ad esempio, quando gli chiesero se avrebbe accettato di entrare al Billionaire di Flavio Briatore e lui rispose, soave: «Sì, imbottito di una cintura esplosiva da kamikaze». Che, insomma, non è proprio l’immagine dialettica più morbida a disposizione.
Oppure, quell’altra volta, quando, commentando il discorso di Silvio Berlusconi al congresso Usa, applaudito da democratici e repubblicani, disse simpaticamente che «le mani di Bush grondano sangue». O, ancora, visto che non gli piace risparmiarsi, quando spiegò che lui andava ai talk-show televisivi per dimostrare che «Berlusconi mi fa schifo».
Insomma, al gran saloon Oliviero non ci si risparmia nulla. Ed è lo stesso segretario del Pdci a ironizzarci sopra: «Come è possibile non criticare oggi Berlusconi di cui fino a due mesi fa noi e quelli del Pd abbiamo detto tutti insieme le peggio cose? Vabbè, sì, magari io un po’ più degli altri...». Fino alla chiosa finale: «Sono davvero felice e contento di aver lasciato il mio posto in Parlamento a un operaio. Mi dispiace solo per l’immunità parlamentare, magari mi dovrò contenere un po’ nel parlare...». In una parola, Diliberto.
Massimiliano Lussana