DILIBERTO SCOPRE L’AMERICA

Dicono che il compagno Oliviero Diliberto, quello delle «mani grondanti di sangue», sia persona acculturata e bibliofilo che tiene cattedra di diritto. La cosa è possibile, anzi certa. Ma altrettanto certa è la sua abissale ignoranza, per non dire malafede, in materia di istituzioni, di storia e di politica degli Stati Uniti.
Eppure l'altro giorno ha sproloquiato senza alcun rispetto della realtà. Ha proclamato la sua amicizia per gli americani, ma ha precisato che il suo amore è rivolto non all'odiato Bush ma all'America dei diritti. Fin qui si è trattato solo dell'immaginazione di un dilettante che ignora che negli Stati Uniti the Rule of Law («Stato di diritto») è regola non solo teorica ma pratica concreta nei rapporti tra tutti i cittadini e ogni branca dello Stato, quale che sia il Presidente che siede alla Casa Bianca. Poi ha insistito precisando che ama l'America perché ha modificato la legge che colpisce il falso in bilancio, e non si è documentato sul fatto che la maggioranza che l'ha votata è quella repubblicana grondante di sangue che sostiene Bush.
Non pago di tanta perspicacia, il compagno Oliviero ha coraggiosamente ribadito la sua ammirazione per l'America che colpisce il conflitto di interesse e considera un crimine l'evasione fiscale, tutte normative bipartisan volute a pari titolo sia dai presunti «grondanti di sangue» che dai «non grondanti». Ha quindi reso omaggio solo a quell'America che, a suo parere, coltiva il senso dello Stato; ma non si è capito se, parlando da «comunista», il leader del Pdci intendesse prospettare la sua idea vetero-stalinista, secondo cui l'etica pubblica buona è solo quella che gli dà ragione. Diliberto ignora che la tradizione liberale americana accomuna tutta la politica, democratica e repubblicana, perché si tratta di una nazione che crede nelle sue libere istituzioni e non ha mai conosciuto l'orrore (non l'errore) del marxismo-comunismo.
Il nostro bibliofilo ha poi toccato il tasto della guerra e del sangue: «Detestiamo l'America di Bush che ha scatenato ogni genere di guerra...». Anche qui le sue nozioni storiche risultano alquanto immaginifiche. La «guerra» al terrorismo con la campagna d'Irak è stata dichiarata con il voto di tutto il Congresso, di bushiani e anti-bushiani. Più in generale le guerre del Novecento per la libertà contro i totalitarismi - gli imperi centrali nella Prima guerra mondiale, il nazifascismo nella Seconda, il comunismo nella Guerra fredda, il terrorismo islamista oggi - sono state sempre volute, approvate e combattute da tutta la nazione, per iniziativa soprattutto dei democratici (Wilson. F.D. Roosevelt, Truman, Kennedy, Johnson) e non dei repubblicani.
In fondo, però, dobbiamo essere tolleranti con il compagno Diliberto. Non perché quelle mani grondanti di sangue possono avergli obnubilato il pensiero, ma perché un archeologo del comunismo, quale egli è, non riesce a capire che non ci sono due Americhe, l'una da amare e l'altra da detestare, come nella vulgata fumettistica italiana, ma esiste una sola tradizione liberale che unisce sia il popolo americano che la sua classe dirigente, indipendentemente dagli orizzonti politici. È la tradizione della Costituzione vivente, delle salde istituzioni liberali, della bandiera simbolo nazionale, e del presidente rispettato come espressione di un intero popolo che, di fronte al nemico, è solito affermare «Right or wrong, this is my country».
m.teodori@mclink.it