Diliberto si nasconde ma punta a un ministero

Il segretario comunista snobba il valzer delle poltrone ma c’è chi giura su una sua candidatura per Giustizia o Istruzione

da Roma

Nella ridda dei «si dice» e «corre voce» manca un’opinione. È la nuova linea «del silenzio» annunciata dal leader del Pdci, Oliviero Diliberto. «Noi stiamo provando a inaugurare un nuovo modo di fare politica, come forma di igiene della politica, che è quella di non parlare di posti. Tutti ne stanno parlando, noi no». Corollario di questa linea, la decisione espressa dal segretario di non voler far parte del prossimo governo. Sarà vero? O la riservatezza renderà soltanto più concreta la candidatura di Diliberto per la Giustizia o per l’Istruzione? Alternative al suo impegno ministeriale, potrebbero essere costituite da una new entry e un «ripescaggio» a fini interni: Marco Rizzo al Commercio estero (o all’Agricoltura) e Maura Cossutta alle Pari opportunità (così da ricucire con papà Armando).
La tattica del silenzio non vuol dire che i comunisti rinuncino a dire la loro, e difatti l’altro giorno, assieme alla sinistra radicale, hanno premuto affinché non venissero aperti troppi spazi all’opposizione, stabilendo il principio di massima (se reggerà) che la presidenza delle Camere debba andare a uomini del centrosinistra. Ma allora in che cosa consisterà il «dialogo» con la minoranza, richiesto espressamente anche dalla Costituzione? Secondo il verde Pecoraro Scanio essa si configurerebbe con «il massimo rispetto per la Cdl», a maggior ragione perché «è forte». Ma con l’avvertenza: «Nessuno scambio, nessun inciucio». Al massimo, la presenza, nelle rose dei candidati unionisti, di nomi non inaccettabili per la Cdl.
Principio approvato in pieno anche da Antonio Di Pietro, che ritiene «doveroso» il tentativo di un accordo, ma soltanto per la presidenza della Repubblica. Di Pietro vedrebbe benissimo anche una donna al Quirinale, «un elemento di novità per tutto il Paese» e nel suo piccolo (mica tanto, considerata la pattuglia dei 25 parlamentari) farà di tutto per valorizzare Franca Rame, l’attrice moglie di Dario Fo. Sul nome di Amato alla presidenza della Repubblica Di Pietro però si blocca e, pur non tradendo il proposito di «non mettermi mai di traverso, mai ricattare, né fare richieste», l’ex Pm preferisce trincerarsi dietro: «Qualora venisse fatto questo nome, deciderà il partito collegialmente». Per Diliberto e la sua pattuglia di comunisti ortodossi, invece, il nome resta quello di Ciampi. «Avendolo proposto io due anni fa, a maggior ragione lo confermo oggi. Sarei felicissimo di un Ciampi bis». Pacatezza e disponibilità che, come nel caso della chiusura al blablabla, potrebbe invece significare soltanto una tattica di gioco. A carte assolutamente coperte. Misura super-igienica, di sicuro super-furba.