Diliberto sigla la tregua in cambio di un ministero

da Roma

Un po’ di malumore sull’andamento della trattativa, un po’ di gioco tattico mirato al nuovo profilo che il Pdci si è dato, egregiamente riassunto dallo slogan di Marco Rizzo: «Basta con il mercato delle poltrone». La «dissidenza» dei comunisti di Oliviero Diliberto si è fermata qui, alla convocazione di una direzione straordinaria per «valutare tutto». Un «tutto» che pareva portare a «non escludere l’appoggio esterno». In realtà, dopo una «riunione tranquilla» (Diliberto dixit), il Pdci pur trovando «bizzarro» che non sia stata convocata una riunione dei leader dell’Unione, ha confermato di «far parte del governo» e di rimettersi a Romano Prodi per la scelta dei posti da assegnare alla rosa di «personalità d’area». Due le ipotesi cui si è lavorato al rush finale: il ministero dei Trasporti per il sindacalista Giampaolo Patta (ex segretario confederale Cgil) o il ministero dell’Università e ricerca scientifica per il rettore dell’Università di Viterbo, Marco Mancini (vicino anche all’associazione dalemian-amatiana «Italianieuropei»). In nottata la prima delle opzioni ha preso quota, assieme alle possibili nomine a sottosegretari dell’ex presidente del Tribunale di Roma, Luigi Scotti (alla Giustizia) e del giornalista Gianni Minà (alle Comunicazioni).
A preoccupare Diliberto, dopo l’incontro mattutino con Prodi, era stato soprattutto il «no» deciso all’impegno ministeriale del professor Alberto Asor Rosa, la personalità d’area più in vista tra quelle proposte dal Pdci. Forse persino «troppo in vista», secondo molti degli alleati e dello stesso premier in pectore. Sul quale avrebbe contato il fuoco di sbarramento posto dalla Comunità ebraica e da settori ulivisti, che non perdona ad Asor Rosa le critiche al governo israeliano. Così ieri il Corriere della Sera, dopo aver intervistato il presidente delle Comunità ebraiche italiane, Claudio Morpurgo (nella quale chiedeva «garanzie» in caso di un incarico ministeriale ad Asor Rosa), ha pubblicato la dignitosa autodifesa del professore, che si considera «oggetto di una forma acuta di intolleranza». Ritenendo l’intervento di Morpurgo un’«indebita pressione» sulla politica del nostro Paese, Asor Rosa spiega come «la causa ebraica non coincida con quella dello Stato d’Israele» e reclama il diritto di poter criticare la seconda senza essere tacciato di «antisemitismo, che ho combattuto per tutta la mia vita». In ogni caso, ha scritto il professore, «nessun posto di ministro vale per me un atteggiamento di dissimulazione e di compromesso su tali materie». L’hanno preso in parola.