Dillo con un sorriso. O forse no

di Serena Coppetti

Sorridi e la vita sorriderà. Detto, stradetto. Ma sarà poi così vero? Per carità, un sorriso fa sempre bene, a chi lo dà e a chi lo riceve. Ma sarà poi sempre opportuno? Sorridere apre al mondo, invita, accoglie, svela... Ottimisti, buonisti, positivisti ne hanno fatto una bandiera. Eppure il dubbio qualche volta ti viene: chi l'ha detto che non sia meglio invece mantenere quella discreta distanza, crogiolarsi nel proprio umor nero, non fare neanche quel po' di accenno a empatizzare. Che non sia più stiloso il muso? C'è da dire che è anche una questione di natura. Ci sono quelli che ti incontrano, salutano e sorridono. Sempre e comunque. Sorridono a te che vedono per la prima volta e a quelli che incontrano ogni santo giorno. Non è una roba finta, sorridono con la bocca e con gli occhi. È il loro stile. Sorridono al taxista mentre comunicano amabilmente la meta da raggiungere e anche mentre parlano andando verso la suddetta meta e pure quando scendono dall'auto. Sorridono all'amico, alla suocera, al capo, al collega, al supermercato e alla commessa. Al barista mentre chiedono il caffè e in banca quando gli rifilano l'estratto conto che non sorride per niente. Sorridono anche quando non ne hanno voglia. Quando sono felici, ma anche quando non lo sono. Sorridono perché sono educati così, perchè vogliono apprezzare le piccole cose. Sorridono nonostante a volte siano considerati anche un po' stupidi. Per carità, carini e pure simpatici e anche gioviali e piacevoli. Però magari fino in fondo non l'hanno mica proprio capita... Sorridono un po' perché hanno acquisito fin troppo bene l'insegnamento della mamma («sorridi, sii educato/a, saluta, stai composto/a»). Un po' perché sono quelli del bicchiere mezzo pieno, del «buon viso a cattivo gioco», del ridi che ti passa eccetera eccetera... sorridono perchè sono ottimisti. A costo talvolta di essere considerati quelli che nella recente psicologia cognitiva vengono definiti gli «ottimisti ottusi». Ovvero - detto in altro modo - tutti coloro che non sanno di essere stati colpiti dalla cosiddetta (scientificamente) «sindrome di Pollyanna» la protagonista del romanzo della Porter dei primi del 900 sempre contenta nonostante il mondo si ingegni a metterle tra i piedi una serie di innumerevoli sfighe. Non è che non hanno problemi, e neppure che se ne fregano. Però sorridono.

Poi ci sono gli altri. Quelli che non sorridono. Mai. O comunque distillano... Non è che ce l'hanno col mondo intero, però stanno sulle loro. Prendono le distanze, non si mescolano mai troppo con chi hanno di fronte, non gliene va mai troppo bene una... o comunque gli andrebbe sempre meglio l'altra. Sono quelli del bicchiere «mezzo vuoto», del cercare oltre e altro. E quindi decisamente più intriganti, forse meno simpatici ma senza tirare su quel mezzo angolo di bocca hanno quel-non-so-che... e dire che senza sorridere non risparmiano neanche fatica. Alcuni studi hanno dimostrato che usiamo all'incirca 17 muscoli facciali per sorridere, mentre per accigliarci ne mettiamo in movimento più di 40. È una questione di stile. Se non potete farne a meno (di sorridere) consolatevi con la poesia di Faber: «Nessuno ha tanto bisogno di un sorriso come colui che non sa darlo». Eventualmente anche solo mostrando i denti...