Dimissioni al Bellini «Basta con gli sprechi e i 16 parrucchieri»

nostro inviato a Riccione (Rimini)

«Davanti a un rom che ti deruba viene da chiedersi se dobbiamo amarli veramente o no». Il cardinale Tarcisio Bertone non parla per sentito dire. Racconta un fatto «capitato nel paese piemontese dove sono nato a una mia nipote che accompagnava a scuola il figlio Pier Tarcisio». Un nome, una dinastia. «Appena girato l’angolo due rom hanno spaccato i vetri dell’auto e portato via tutto, perfino le cartelle cliniche di mio fratello malato». La domanda sorge spontanea. E nell’uomo di Chiesa, anche la risposta: «Sì, dobbiamo volergli bene lo stesso. Ma chiedendogli l’impegno di rispettare la legge. Accoglienza e legalità non vanno mai separate».
Bertone inaugura la tre giorni di «Reteitalia», l’associazione di politici e amministratori che fa capo a Roberto Formigoni (oggi interverrà anche Silvio Berlusconi). La presenza del segretario di Stato vaticano è un segnale di grande attenzione alla vigilia delle Regionali. Bertone è venuto a riproporre l’appello di Benedetto XVI a «una nuova generazione di politici cattolici impegnati a iniettare buona e nuova linfa nella società, orientandola alla virtù, con rettitudine e discernimento alla luce del Vangelo e della dottrina sociale».
Bertone non ha tracciato un programma politico secondo la Chiesa («non è compito di Gesù risolvere i vari problemi, ma richiamare alla posizione in cui l’uomo più correttamente può cercare di risolverli», ha detto citando don Giussani). «Come osservatori permanenti delle vicende internazionali proponiamo principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione». Il porporato ha invitato lo Stato a lasciare spazio alla vitalità della società civile. Ha ricordato che «senza senso del divino la politica diventa mezzo di arricchimento» e che «l’etica pubblica non può essere distinta da quella personale»: «Non si può creare una riserva di caccia per la vita privata».
Poi, incalzato dalle domande poste da amministratori pubblici della Rete, è sceso nel dettaglio. «Il vostro compito - ha detto rivolto ai politici - è diffondere fiducia e speranza. Purtroppo i media spesso rappresentano soltanto il negativo, come è successo nei giorni scorsi quando i vertici della Chiesa sono stati dipinti come un branco di lupi che si divorano. Con il nostro comportamento dobbiamo dimostrare che esiste un bene in cui avere fiducia e dobbiamo lavorare sui media per cancellare l’impressione di uno sfascio totale».
L’unità politica dei cattolici «non è un’utopia irraggiungibile ma è estremamente difficile». Bertone apprezza «movimenti, trasferimenti, spostamenti, esodi, migrazioni»: riferimento implicito alla fuga dal Pd di gente come Rutelli e Binetti. «C’è nostalgia di un senso di appartenenza a una comunità di operatori politici che abbia libertà d’azione. In certi recinti concreti osservo che questa libertà è impossibile, inesprimibile».
Dal numero due del Vaticano sono invece arrivati apprezzamenti all’operato del centrodestra. Lodi per Formigoni e i suoi, cui ha portato la benedizione del Papa; per il sindaco di Roma e «la chiusura del campo nomadi che va nel segno di una maggiore integrazione»: «Quand’ero arcivescovo di Genova, in certi quartieri mi sembrava di essere nella casbah di Tunisi o Algeri». Bertone ha raccontato qualcosa anche dell’incontro dell’altra sera con il premier. «Il ministro dell’Economia ripeteva che non ci sono soldi per la sanità o la scuola paritaria, mentre Berlusconi insisteva che bisognava cercare risorse. Le scuole paritarie costano meno di quelle statali, fanno risparmiare lo Stato e danno un alto contributo alla società civile». E a un consigliere abruzzese ha rivelato: «Quante promesse mancate all’Aquila! Ho detto al vescovo Giovanni D’Ercole di raccogliere tutte le citazioni dei giorni del G8 e scrivere una bella lettera agli interessati».