Le dimissioni di Berlusconi: «Ci rimpiangerete»

Adalberto Signore

da Roma

È casuale, ma pur sempre significativo, il gesto tanto atteso che apre il giorno più lungo di Silvio Berlusconi. L’ultimo da presidente del Consiglio con pieni poteri, dopo due governi consecutivi che sono durati complessivamente 1.785 giorni (1.410 il primo, un record nella storia della Repubblica). Significativo perché il destino vuole che la sospirata stretta di mano con Romano Prodi arrivi proprio poche ore prima di salire al Quirinale per rimettere il mandato, quasi fosse un emblematico passaggio di consegne imposto dal destino. Già, perché l’incontro tra i due è fortuito, come pure il fatto di trovarsi a pochi metri di distanza nella basilica romana di Santa Maria degli Angeli ad assistere ai funerali dei tre carabinieri caduti a Nassirya. E Berlusconi non si sottrae: prima una stretta di mano con il neopresidente della Camera Fausto Bertinotti, poi quella tanto attesa con Prodi.
La giornata comincia così, di prima mattina. E prosegue con l’ultimo Consiglio dei ministri del governo Berlusconi. Una riunione breve, nella quale il premier fa il bilancio delle cose fatte ma guarda pure al futuro. I complimenti sono per tutti i ministri («avete lavorato bene») e per l’esecutivo nel suo complesso. «Abbiamo completato il programma - dice Berlusconi - e siamo stati senza dubbio il migliore governo della Repubblica. Dobbiamo esserne fieri. Vedrete che fra qualche tempo, quando si inizieranno a sentire gli effetti delle tantissime riforme che abbiamo fatto, ci rimpiangeranno». Il Cavaliere, poi, torna a ricordare che l’intesa sulle elezioni anticipate prevedeva anche un accordo sui successivi passaggi istituzionali: nomina dei presidenti delle Camere, formazione dei gruppi parlamentari, elezione del presidente della Repubblica e, solo dopo, l’incarico a formare il futuro governo. «Speriamo che vada così», chiosa. Poi un pensiero a Prodi. Che, dice, «non avrà vita facile» vista «la risicata maggioranza» che ha al Senato. Con un monito: non «abbassare la guardia» perché è vero che il Professore «non terrà unita la sua coalizione» ma è certo che «la sinistra gli sopravviverà». «Ricordatevi - aggiunge con un pizzico d’amarezza - quello che hanno fatto nel ’96...». L’appello agli alleati, quindi, è a fare un’opposizione «compatta e unitaria», iniziando da subito con il referendum confermativo sulla devoluzione. Poi il commiato: «Ora andrò immediatamente al Quirinale a dimettermi, il governo resterà in carica solo per l’ordinaria amministrazione».
Il premier lascia Palazzo Chigi diretto al Colle, dove si intrattiene con Carlo Azeglio Ciampi per più di mezz’ora. Nonostante le dimissioni l’umore è buono e chi lo vede nei corridoi del Quirinale lo descrive «cordiale e affabile con tutti». I passaggi successivi sono obbligati: venti minuti di colloquio con Bertinotti («con lui vado sempre d’accordo», si limita a dire il premier dimissionario ai cronisti) e altrettanti con il neopresidente del Senato Franco Marini. All’uscita dalla Camera incassa anche qualche applauso e alcuni fischi al grido di «a casa, a casa» dalla folla di curiosi e turisti che lo aspetta in piazza Montecitorio. Chiuso l’iter istituzionale, nel primo pomeriggio Berlusconi torna a Palazzo Grazioli dove è in programma il vertice della Casa delle libertà che formalizzerà l’appello unitario del centrodestra alla rielezione di Ciampi.
Chi incontra e sente Berlusconi dopo le dimissioni lo racconta di buon umore, «quasi sollevato». «Almeno ora - dice il Cavaliere ai suoi interlocutori - sono più tranquillo. In questi cinque anni non abbiamo gestito il potere ma lavorato con spirito di servizio per il bene del Paese». Solo un pizzico di amarezza quando il pensiero va agli «amici» George Bush e Vladimir Putin: «Non vorrei che pensassero che sono un perdente...». Subito fugato, però, dalla consapevolezza di aver fatto «tutto quello che era possibile». «Ora - aggiunge con il pensiero al Quirinale - finirà come finirà. Alla peggio me ne vado alle Bahamas». Un epilogo già evocato ma a cui più volte ha detto chiaro di non credere davvero neanche lui.