Dimissioni e scontri, l’ombra di Consorte su Unipol

Paolo Stefanato

da Milano

Per ora, tutti presi dallo scacchiere delle cariche e dalle pedine che si stanno muovendo, nessuno parla della vera posta in gioco che sta spaccando il mondo delle Coop rosse: sono i 2 miliardi di euro con cui Unipol è uscita dall’avventura Bnl, per la quale aveva anche chiamato gli azionisti ad aumentare il capitale. È un bel gettone da piazzare sulla mappa del risiko bancario: soprattutto pensando al fatto che con Bnl, grazie alla benedizione dell’ex governatore Antonio Fazio, il gruppo emiliano ce l’aveva quasi fatta. In programma c’era la fusione Unipol-Bnl, colosso di bancassicurazione che avrebbe spinto a reazioni a catena, come accade sempre in un settore dopo un’operazione tra soggetti importanti. Quello che poi è accaduto fa ancora parte delle cronache giudiziarie: lo scandalo Bpi, l’arresto di Gianpiero Fiorani, il coinvolgimento di Fazio, le sue dimissioni, e, in parallelo, la frettolosa (ma ricca di plusvalenze) vendita di Bnl ai francesi di Bnp Paribas, l’uscita di scena di Giovanni Consorte e la nomina di alcuni «traghettatori» verso un recupero di credibilità e trasparenza.
Con questo preciso mandato a gennaio Turiddo Campaini, oggi dimissionario, fu eletto presidente della Finsoe, la finanziaria che controlla Unipol, a sua volta posseduta da Holmo, che appartiene a 30 cooperative (il grafico illustra bene il sistema di controllo). L’incarico affidato a Campaini, storico presidente della Unicoop Firenze, una delle più grandi cooperative di consumo in Italia, fu subito visto come un punto a favore del mondo cooperativo toscano rispetto a quello emiliano, tradizionalmente più forte, rappresentato dal presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini.
Campaini era stato fiero oppositore di Consorte alla scalata della Bnl, e aveva sostenuto il disegno alternativo di un’integrazione tra Unipol e Montepaschi, ideologicamente più congruo e facilitato dal fatto che il sistema delle coop, sommando le singole quote, è il secondo azionista della banca senese dopo la Fondazione; mentre Mps, a sua volta, è il secondo socio di Finsoe.
Eppure a soli otto mesi dalla sua nomina, Campaini annuncia le sue dimissioni (anticipate alla Lega addirittura a giugno), seguito dal suo vice, Claudio Levorato. Il braccio di ferro sbilancia di nuovo le strategie verso l’Emilia? Pare, per il momento, di sì. A Campaini il «traghettatore» non è piaciuta la nomina di Carlo Salvatori ad amministratore delegato di Unipol. Il banchiere (ex Unicredit) è persona ineccepibile: ma il fatto che Consorte lo avesse già designato a guidare il colosso mancato, agli occhi dei «toscani» getta un’ombra. In altre parole, egli rappresenta, suo malgrado, una sorta di scomoda continuità.
Le dimissioni - non ufficializzate e sulle quali ieri da esponenti della Lega sono giunte precisazioni di rito - dovrebbero avere effetto dal 15 settembre, in coincidenza con la presentazione del piano industriale di Unipol.
Ma l’ultima parola non è ancora detta. Il braccio di ferro, infatti, è ancora in corso: ed è sui metodi di comando e di gestione del complesso mondo cooperativo. Da una parte c’è un modello «laico», che trova espressione in una gestione manageriale e in alleanze esterne all’universo rosso. Dall’altra c’è il modello «ortodosso», d’impronta strettamente cooperativa, focalizzato sui soci e sui loro alleati. Campaini è il sostenitore del secondo, e se fosse questo a prevalere egli rientrerebbe automaticamente in gioco.
Giovedì ci sarà una prima verifica: Mps deve scegliere il proprio partner assicurativo, e Unipol non è tra i candidati. Qualcuno si spinge persino a ipotizzare, dopo le dimissioni di Campaini, l’uscita dei senesi dal capitale di Finsoe.
Le dimissioni di Campaini e di Levorato finirebbero per agevolare un altro disegno: quello di identificare i vertici di Holmo (il cui consiglio si riunisce venerdì) e Finsoe, semplificando la filiera ed evitando duplicazioni. Sforbiciando, in altre parole, delle frange di potere, in un’ottica di indirizzo politico sempre più marcato.