Dimissioni farsa, restano al Senato la Turco e altri 6 membri del governo

Prima delle elezioni l’Unione aveva stabilito l’incompatibilità fra esecutivo e seggio. I franchi tiratori bocciano solo Maritati

Roberto Scafuri

da Roma

All’Unione il filo del rasoio piace. Quel brivido che percorre la schiena a ogni votazione, quella vibrante sensazione come di fronte alla roulette «chissà che numeri escono», quella tenera incertezza come agli appuntamenti galanti «oggi lei verrà?», quel rude impeto come davanti al preside «presto, andate a recuperare gli assenti al ristorante!». Insomma, a giudicare da quanto accaduto ieri a Palazzo Madama, la manciata di voti che assicura la maggioranza in Senato resterà appesa al filo delle assenze per chissà quanto tempo.
Si votava, ieri, sulle dimissioni presentate da otto senatori ulivisti assurti a incarichi ministeriali, secondo il principio già stabilito mesi addietro dalle direzioni di Margherita e Quercia: o si sta in Parlamento o si sta al governo. Questi erano gli accordi presi, e così si era riusciti in molti casi anche ad assegnare i posti in lista alle Politiche senza che tutto andasse a carte quarantotto. Ma il risultato della votazione - svoltasi in un clima da stadio, con l’opposizione finalmente esaltata quasi come al mundial - ha mostrato che il fuoco cova sotto la cenere: dimissioni respinte per tutti, tranne che per il sottosegretario alla Giustizia, Alberto Maritati («Una vendetta perché è magistrato», si sussurra ricordando le decine di dimissioni respinte al radicale Corleone per non far entrare al suo posto lo scomodo giornalista Gianluigi Melega).
Più che un blitz a sorpresa, allora, un’operazione preparata con cura e discrezione, ma non dalla minoranza. I senatori che riescono a mantenere ancora per qualche mese (campa cavallo) il doppio appannaggio di parlamentare e membro del governo sono il ministro della Salute, Livia Turco; il viceministro dell’Economia, Roberto Pinza; il viceministro degli Esteri, Franco Danieli con il sottosegretario Gianni Vernetti; i sottosegretari per lo Sviluppo, Filippo Bubbico e Paolo Giaretta; la sottosegretaria alle Riforme, Beatrice Magnolfi. Il tam-tam circolato in aula tra amici e corregionali dei «dimissionari resistenti» è stato: «Astensione!». Ai franchi tiratori s’è naturalmente unita la Cdl, così che in ogni votazione si sono sempre avuti una quindicina di voti di astensione, che al Senato contano come voti contrari. In alcuni casi i «no» sono stati prevalenti, in altri le astensioni sono state determinanti. L’unico corale via libera è quello concesso a Maritati (150 voti a favore e soli 118 contrari). Successivamente l’aula ha preso atto delle dimissioni per incompatibilità dei governatori Formigoni e Galan, che hanno optato per restare alla guida di Lombardia e Veneto.
Feroci i commenti al capitombolo un po’ suicida della maggioranza, che si spiega come una ribellione nei confronti dei colleghi deputati, che si son ben guardati dal presentare le dimissioni. «O tutti o nessuno!», il sommesso grido di battaglia ulivista. Ufficialmente ha prevalso l’aplomb e la sorpresa dei non informati. Sfoggia serenità Anna Finocchiaro: «Troppo amati dal Senato...». Signorile Roberto Manzione: «È scattata la vecchia clausola di stile di respingere le dimissioni almeno la prima volta...». Criptico Guido Calvi: «Un segnale di insofferenza che va analizzato». Papale Giovanni Russo Spena: «Un messaggio di protesta». Ingenuo Giorgio Mele: «Mi pare un dispetto, non capisco». Paradossale Giampaolo Silvestri: «Il governo rischia di più per quanto accaduto che per le divergenti posizioni in politica estera». Sarcastici i leghisti Calderoli e Pirovano: «Tutti hanno famiglia, meglio uno scranno certo del vecchio Palazzo Madama che un incerto strapuntino in un governo sulla cui durata neppure loro scommettono un cent... Una sorta di polizza “casco”».