Dimissioni in nome dell'indipendenza

Il «caso Vaccarella» si aggrava. In una lettera al Presidente, il giudice costituzionale ha confermato le sue dimissioni, nonostante la Corte abbia l'altro ieri deliberato all'unanimità di non accettarle, invitandolo a restare al suo posto. Chi ama le istituzioni costituzionali e legge la lettera in questione non può non provare un senso di amarezza e di grave preoccupazione<br />

Nicolò Zanon
Il «caso Vaccarella» si aggrava. In una lettera al Presidente, il giudice costituzionale ha confermato le sue dimissioni, nonostante la Corte abbia l'altro ieri deliberato all'unanimità di non accettarle, invitandolo a restare al suo posto.
Chi ama le istituzioni costituzionali e legge la lettera in questione non può non provare un senso di amarezza e di grave preoccupazione. Se già ora è questo il clima intorno al referendum elettorale - e intorno all'istituzione che a gennaio del 2008 ne dovrà decidere l'ammissibilità, una volta completata la raccolta delle firme - c'è poco da stare allegri. Il bilancio che emerge dalla vicenda è pesante.
Dalla delibera con cui respingeva le dimissioni, risulta innanzitutto che anche la Corte ha condiviso, almeno in parte, le preoccupazioni di Vaccarella, ribadendo la necessità che la politica eviti comportamenti denigratori e rispetti il ruolo di garanzia della stessa Corte.
In secondo luogo, i fatti mostrano un desolante smarrimento di qualunque seria logica istituzionale da parte del governo. Per mesi abbiamo letto varie chiacchiere in libertà di vari ministri, sugli argomenti più vari, che hanno di molto appannato la credibilità del governo e dello stesso Paese. Questa volta, le chiacchiere hanno prodotto danni piuttosto seri proprio in termini istituzionali. Altro che portavoce unico del governo, verrebbe da dire. Nessuno dubita che la Corte, quando sarà il momento, deciderà in totale autonomia, ma è difficile pensare che questa vicenda non lasci il segno, intaccando almeno un poco la serenità dei giudici.
In terzo luogo, un minimo di cultura costituzionale dovrebbe insegnare che se il governo ha qualcosa da dire sull'ammissibilità dei quesiti referendari, lo può fare intervenendo formalmente nel giudizio di ammissibilità di fronte alla Corte, tramite il patrocinio dell'Avvocatura dello Stato. Non è una pratica frequente, perché anzi in materia di referendum - e soprattutto di referendum elettorali - c'è una tradizione di neutralità governativa, che forse sarebbe comunque bene rispettare anche in questo caso, visto che tra i firmatari del referendum figurano proprio alcuni ministri del governo Prodi. Ma è una pratica prevista dalla legge e, da ultimo, è stata utilizzata dal governo Berlusconi, che intervenne di fronte alla Corte per sostenere l'inammissibilità dei referendum sulla legge sulla procreazione assistita.
Qui, invece, si assiste a un caravanserraglio di dichiarazioni e di smentite che forniscono un ben misero spettacolo.
Nella lettera in cui conferma le dimissioni, il giudice Vaccarella ci consegna amare riflessioni sulla cultura istituzionale di una classe politica che ritiene incomprensibili o inconcepibili dimissioni date a tutela di un organo costituzionale (oltre che della propria dignità personale) e preferisce dedicarsi a costruire dietrologie, a svelare tesi complottarde, a rilevare strane tempistiche.
Resta solo da sperare che l'auspicio con il quale la lettera di Vaccarella si conclude - che questa vicenda giovi all'indipendenza della Corte - possa tradursi in realtà. Per quel che la vicenda ha svelato, e per il modo in cui si conclude, tuttavia, ogni ottimismo pare davvero fuori luogo.
Nicolò Zanon