Dimmi con chi stai... Ecco quali sono le 3 Italie di Sergio, Emma e Diego

Il cinismo dell’ad del Lingotto, la nostalgia di Lady industria per la guerra fredda e l’abilità di Mr Tod’s nel spararle grosse<br />

Pullover, scarpe e manifesti. Marchionne, Della Valle e la Marcegaglia. Quale di queste italie è quella più reale?

È quella di mister Fiat, con le vene in Abruzzo e la testa all’America? Marchionne lo scardinatore, l’uomo che riscrive i contratti e porta la Cinquecento alla corte di Obama, così tignoso da sfidare i padroni dell’automobile a Detroit, lì dove tutto è cominciato. I pullover di Marchionne sembrano il simbolo di un’Italia stanca di chiacchiere e burocrazie, magari anche un po’ spiccia, poco attenta ai cerimoniali del sindacato, che fa promesse agli operai ma prima gli chiede di lavorare. Marchionne che guarda al sugo del sale. Qualche volta fin troppo cinico, ma con l’idea fissa di costruire un futuro e uscire dalla palude. Se poi il futuro è qui, sullo Stivale, bene, altrimenti si va a cercarlo altrove, ed è pure meglio. Marchionne che manda a quel paese la sua stessa corporazione confindustriale perché, secondo lui, sull’articolo 8 della manovrona hanno giocato sporco. Lui sperava in un modello Pomigliano per tutte le casematte Fiat e per ogni azienda con ambizioni non provinciali, perché il lavoro costa e se bisogna restare a Cassino o a Melfi a qualcosa bisogna pure rinunciare.

Lei, quella dei manifesti, ha brigato e puntato i piedi per isolare la Fiat e ripartire con la concertazione. Marchionne che non vede il passato e resetta la memoria della sua azienda. E quando gli ricordano che la Fiat è italiana perché è qui che si è abbeverata, con cassa del Mezzogiorno, cassa integrazione e cassa incentivi, la sua risposta è di uno nato ieri: «Aiuti di Stato? Boh, io non c’ero». Insomma, chiedete a quel che resta degli Agnelli. L’era Marchionne conosce tutti i futuri, tranne quello remoto. Ma lui, l’uomo del pullover, resta il paladino di quell’Italia stanca di bidelli e sindacalisti, quella che bestemmia le tasse e lo Stato ed è convinta che il welfare sia la scusa migliore trovata dai politici per ingrassare clientes, faccendieri e furbi.

L’uomo delle scarpe è l’Italia sparona e indignata. Quella dei salotti annoiati di passare i dopo cena sempre a parlare di Berlusconi. Quella che per pubblicizzare il suo maldipancia si compra pagine di pubblicità sui giornali giusti e da lì sacramenta, manda all’inferno quella stessa casa di cui in fondo fa parte e come certi ricconi al bar si accaparra il consenso promettendo di pagare da bere a tutti. Quella che scommette su Montezemolo perché «bene o male è uno di noi». Quello che non si è capito è cosa ci sia oltre la sparata. E neppure se ai paesani è pronto ad offire vino o gazzosa. Della Valle di queste cose non si preoccupa. Lui vola alto in politica, tanto i soldi li fa tenendo i piedi per terra. L’importante è bestemmiare il presente, meglio se in pubblico e in modo plateale. Se qualcuno fischia è solo perché non ha ancora capito le leggi del marketing. Della Valle è l’uomo dell’attimo e del momento, l’importante è che faccia rumore. A chi lo segue promette panem et circenses e per fargli capire che fa sul serio si è già comprato il Colosseo. Il suo sogno è fare piazza pulita di tutti i politicanti, facendo dimenticare che un tempo era l’ombra e lo sponsor di Mastella, e poi come in un film arringare le folle: «Mi chiamo Massimo Decimo Meridio. Al mio segnale scatenate l’inferno». Quale è in fondo l’insegnamento del Gladiatore: conquista la folla e conquisterai la libertà (o il potere). Il buon Della Valle sa come muoversi. Con il calcio punta ad addolcire l’incontentabile Firenze, con i simboli eterni spera di commuovere il cinismo dei romani. Il re delle scarpe non ha una ricetta per il futuro, ma ha capito che per sopravvivere al presente bisogna spararla grossa.

Emma è la donna dei manifesti. Non ha il genio della comunicazione di Della Valle e neppure le interessa. Quando la Marcegaglia guarda l’orizzonte si spaventa e d’istinto si rincantuccia facendo un passo indietro. Quanto è bello rifugiarsi nelle certezze del passato. È la paladina della prima repubblica, quando il patto tra politica, sindacati e industriali era chiaro. Ognuno finge di fare il suo mestiere e tutti insieme ci mangiamo una fetta di torta. È lei che si fa portavoce dell’Italia malata di nostalgia. Se non fosse in Confindustria voterebbe volentieri per Vendola. Ma papà diceva che non sta bene.

Allora meglio affidarsi al partito degli ottimati, quei vecchi signori che ancora rimpiangono il Muro e la Guerra Fredda, quando ognuno sapeva in che posto stare. L’Italia dei manifesti sfrutta i precari e piange per il posto fisso che non c’è più. Nel frattempo si illude che la flessibilità sul lavoro sia a costo zero. Emma si fida delle donne e abbraccia la Camusso. È il partito dei gattopardi: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». E così sia.