Dimmi come parli al telefono e ti dirò chi sei

Turi Vasile

La lettura delle intercettazioni telefoniche pubblicate da tutti i giornali ha provocato unanimi ma variegate reazioni. C’è chi vede minacciata la privacy, attraverso anche autoesibizioni, invano tutelata da un autorevole garante. C’è chi ne approfitta per segnalare un malcostume politico, naturalmente dalla parte avversa alla propria, basato sulle raccomandazioni e sulle concussioni cosiddette sessuali. C’è chi reputa indispensabili le intercettazioni per scoprire i crimini o gli illeciti e le loro trame. C’è infine chi le vorrebbe limitare o almeno regolamentare secretandole durante le istruttorie, e distinguendo con cura ciò che è pertinente da ciò che non lo è ai fini delle indagini, per non nuocere a coloro che sono caduti nella rete delle intercettazioni. Precauzioni forse difficili e complicate a attuarsi.
Il parere in ogni modo è unanime: le intercettazioni, nonché le dichiarazioni dei pentiti, sono determinanti per la scoperta della verità criminale. Malgrado la perentorietà dell’affermazione, non è sempre possibile resistere al sospetto che con quegli strumenti la magistratura riveli la sua difficoltà a fare giustizia senza ricorrere ad essi, fidando solo sulla propria capacità ed esperienza investigativa. Né è estraneo il timore che la magistratura possa essere condizionata nei suoi giudizi soprattutto dai pentiti. Questi spesso si dichiarano tali solo perché, grazie alle loro delazioni, possono effettuare vendette trasversali tra le «famiglie», nel tempo stesso ottenere sconti di pena e godere addirittura di lauti appannaggi, privilegi e protezione.
Per limitarci allo scandalo il cui titolo potrebbe essere quello di «Avanti Savoia» anche se vede coinvolti tutti i ceti, chi non ha dottrina giuridica né interessi di parte, è semplicemente sconvolto, disgustato dal linguaggio in uso nelle telefonate. Sembra quasi che si sollevi la lastra del tombino per vedere il brulicare dei vermi. È così che parliamo correntemente? Dalle registrazioni scopriamo che questo è il nostro modo di esprimerci, sempre, anche quando il turpiloquio è un riflesso incondizionato?
La nostra osservazione si presta subito a essere interpretata come pruderie moralistica, gretto perbenismo, suscettibilità da baciapile. Occorre affrontare questo rischio, perché nel nostro caso parliamo di un gergo sboccato in funzione di interessi più o meno meschini, addirittura illeciti. Esiste un rapporto inscindibile tra il concetto e il modo di esprimerlo; il fatto che tutto questo sia considerato legittimo perché corrente non sfugge a un giudizio severo.
La responsabilità, o la colpa, è di tutti noi indistintamente nella nostra divertita tolleranza del lassismo dei costumi, del mutato «comune senso del pudore», della licenziosità in nome della libertà. Tutto concorre a renderci assuefatti dagli effetti con il contributo determinante della televisione e della stampa illustrata, degli esibizionismi, degli invitanti adescamenti, dell’incoraggiamento sfacciato al dilettantismo che prescinde dai meriti, degli sbandierati outing sessuali, non richiesti tra l’altro, solo utili, insieme con i facili amori e amorazzi, a alimentare il gossip. Il ricorso all’uso di termini stranieri non cancella la squallida volgarità, che visibile o invisibile, ci circonda e ci sommerge.
Dimmi come parli e ti dirò chi sei. Senza ricorrere all'alibi di «cosi fan tutti», c'è da augurarsi che almeno ciò che imperversa sulla pagine dei giornali serva a imporci un stile diverso. Non a caso è detto che «lo stile è l’uomo». C’è da augurarsi che la politica di parte non contamini il problema in sé, come spesso avviene, e lasci dibattere la questione sul piano civile, coinvolgendo tutti, dalle teste coronate (di cartone) al più umile dei facchini, con tutto il rispetto per quest'ultimo.
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