Dini: "Camere ingannate sul rapporto con gli alleati"

Roma - «Era Prodi il referente di Karzai per liberare i talebani. Non so se D’Alema conoscesse tutti i dettagli dell’operazioni al momento della cena con il segretario di Stato Usa, Rice». Lamberto Dini parla a ruota libera al convegno sull’Afghanistan organizzato dall’Opinione. Ma su un punto è fermo: «Il rilascio di Mastrogiacomo è stato gestito direttamente dalla presidenza del Consiglio». E lo è ancora di più dopo la presa di posizione del Dipartimento di Stato (D’Alema non ha fatto cenno alla Rice della trattativa) e dopo le repliche dello stesso ministro degli Esteri a «Porta a Porta». «A me risulta che i contatti siano stati tenuti esclusivamente dalla presidenza del Consiglio», taglia corto.

Di una cosa è certo il presidente della commissione Esteri del Senato: «Il governo non ha colto il significato politico della scelta di trattare con i talebani. La reazione del Dipartimento di Stato americano è stata molto dura, inaspettata. Credo sia intervenuta addirittura la Casa Bianca. E ora si è creata una situazione molto grave nei confronti dei nostri alleati d’Oltreoceano ed europei». Lamberto Dini parla come presidente di una commissione parlamentare, ma soprattutto come ex presidente del Consiglio ed ex ministro degli Esteri. Il suo partito, la Margherita, preferisce al contrario tacere. La nostra - commenta un autorevole esponente del partito di Francesco Rutelli - è una linea di «silenziosa responsabilità», che non nasconde però «perplessità» sulla gestione dell’intera operazione. «In questo modo - aggiunge il parlamentare di Dl - «evitiamo di alimentare polemiche sul delicato fronte della politica estera». Stessa scelta viene seguita dal ministro dell’Interno e da quello della Difesa, Amato e Parisi. Ma sulla vicenda afghana Dini intravede altri rischi: sia di politica interna, sia di politica estera. Sul fronte interno dice apertamente che, nell’informativa al Senato, «il governo non ha detto il vero al Parlamento. Quella del 21 marzo era una relazione non rispettosa del Parlamento.

È stato detto che c’era la piena collaborazione di Usa e Gran Bretagna, ed abbiamo visto che non era vero. In più, non è stato detto, per esempio, che era stato Prodi ad aver convinto Karzai a liberare i talebani. Insomma, abbiamo liberato Mastrogiacomo a spese altrui». E spiega che il prezzo della liberazione verrà pagato dal presidente afghano, che esce indebolito sul fronte interno («ha avuto problemi a far approvare i due decreti necessari per far liberare i talebani») e nei suoi rapporti con gli Stati Uniti. Identica analisi (il governo ha mentito al Parlamento) viene da Enrico La Loggia (Forza Italia) e Roberto Castelli (Lega). Il capogruppo della Lega al Senato parla di «grave problema istituzionale» e chiede anche l’intervento di Napolitano. Poi, come se riflettesse a voce alta, Dini si chiede: «Tutta questa situazione migliorerà la situazione dei nostri militari in Afghanistan? I talebani - commenta - si stanno avvicinando ad Herat. È quindi necessario rafforzare il dispositivo di sicurezza dei nostri soldati. Per queste ragioni, pur votando il provvedimento che rifinanzia le missioni all’estero, mi auguro che vengano accolte le richieste della Casa delle libertà». Nell’incontro dell’Opinione, stimolato da Renato Brunetta (eurodeputato di Forza Italia), Dini affronta anche il tema della conferenza di pace sull’Afghanistan e le reazioni del segretario di Stato statunitense. «Ho letto i resoconti americani. La signora Rice osserva che un’iniziativa del genere potrebbe essere utile. Ma non precisa “se” e “quando”».

A Dini devono tornare in mente le parole cariche di scetticismo di Karzai sulla conferenza di pace. A un summit del genere devono essere invitati anche i Paesi confinanti. Ed il Pakistan è sospettato di dare sostegno ai talebani che agiscono indisturbati nel sud del Paese. «E dove ci sono i talebani aumenta la produzione di oppio», ricorda Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il contrasto alla droga. «Dal Duemila a oggi le coltivazioni di oppio sono passate da 90mila a 166mila ettari, tutti concentrati nel sud del Paese. L’Afghanistan, però, controlla la produzione di oppio, non la sua trasformazione in eroina. Ed i prodotti chimici per trasformare il papavero in eroina passano dalle frontiere con il Pakistan e l’Iran». [TESTO]Costa ricorda che nell’ultimo anno, per trasformare l’oppio in eroina, sono state utilizzate 1.500 tonnellate di prodotti chimici.