Dini chiude l’era Prodi: ora un governo con Marini

L’ex premier boccia l’ipotesi del rimpasto e chiede un esecutivo istituzionale con "le forze vive del Paese"

da Roma

«Se il protocollo sul Welfare viene annacquato, noi votiamo contro». Lamberto Dini scambia “Otto e mezzo” per il fiume lungo il quale veder passare il cadavere (politico, ovviamente) di Romano Prodi. E fissa anche un periodo di tempo ben preciso: entro la fine dell’anno. Cioè, durante la sessione di Bilancio. Nella trasmissione tv di Giuliano Ferrara, lascia balenare l’eventualità che la finanziaria potrebbe non essere approvata entro il 31 dicembre; con l’inevitabile ricorso all’esercizio provvisorio e l’eliminazione delle norme che eliminano lo scalone previdenziale. La prima ipotesi finirebbe per impedire un peggioramento del deficit; la seconda, l’allungamento dell’età pensionabile.
L’obbiettivo reale dell’ex premier, però, non sarebbe questo. «Per noi liberaldemocratici - dice - è importante rispettare l’accordo firmato da milioni di lavoratori. Ma se quell’accordo venisse modificato, si andrebbe allo sfascio dei conti pubblici. Sento parlare di negoziati con la sinistra massimalista sugli accordi previdenziali o su quelli per i lavoratori usuranti. Sarebbero inaccettabili: più costi e l’impossibilità di ridurre la pressione fiscale. Non ci possiamo stare». Ma, allora perché ha votato a favore della Finanziaria? «Perché far cadere un governo a metà novembre senza una prospettiva è da irresponsabili».
«Senza una prospettiva»... una frase lasciata in sospeso. In realtà, la «prospettiva» Lamberto Dini sembra averla ben chiara in mente. Per raggiungerla, però, «serve un cambiamento del quadro politico». E questo può venire solo da un nuovo governo. Nuovo governo che lo potrebbe vedere presente? chiede Ferrara. «Non ho nessuna intenzione di entrare in un Prodi rimaneggiato. Se entrassi in un governo rimpastato dovrei accettare il programma. Per me va definito un nuovo programma. No. Non ho nessun interesse a far parte di questo governo».
E qui, Lamberto Dini lancia la proposta. «Se si dovesse arrivare ad una crisi di governo, credo che si dovrebbe pensare ad una figura istituzionale. Penso che la prima persona a cui verrebbe chiesto da Napolitano di guidare questo nuovo governo sarebbe il presidente del Senato».
E scende nel dettaglio. A Dini devono aver molto colpito le immagini di domenica scorsa degli ultras che assaltano i commissariati o i movimenti di Grillo. Così spiega che «in questo momento c’è una sfiducia nelle istituzioni, c’è facile populismo. Serve un nuovo programma con un nuovo governo. E questo governo può raccogliere le forze più vive del Paese». Da una parte e dall’altra delle coalizioni. Insomma, larghe intese. «In fin dei conti anche Massimo D’Alema ha ammesso che ci fu un errore a non avviare all’indomani delle elezioni una gestione comune della legislatura. Il fatto che ora riconosca l’errore è molto importante».
La trasmissione poi scivola sulla deriva della riforma elettorale. E qui Dini dice chiaro e tondo che è favorevole ad un ripristino del sistema maggioritario puro. «Anche perché - aggiunge - non si può pensare di fare una riforma elettorale senza coinvolgere il principale partito italiano, Forza Italia». E nega di avere idee condivise con Mastella. «Abbiamo idee diverse, non solo sul modello di riforma elettorale: lui vuole la conferma del proporzionale, io il maggioritario. Ma anche sulla durata del governo. Lui punta a un rimpasto e a sopravvivere. Io no. Io sono per il superamento di questo quadro. Non sono per la sopravvivenza» di questo governo. «Punto a un acceleramento del cambiamento del quadro politico».
Per queste ragioni, dalla prossima settimana lavorerà per la creazione di un gruppo parlamentare con dieci senatori. Un gruppo sganciato dai due schieramenti e composto da persone «omogenee». Al momento, iscritti d’ufficio al nuovo gruppo sono i tre diniani (Dini, D’Amico e Scalera), Bordon, Manzione. E gli altri cinque? L’ex premier non si sbilancia. Ma sa già che arriveranno. Tutti a vedere Prodi che scorre lungo il fiume.