Dini licenzia Rifondazione: "Deve uscire dal governo"

L’ex premier: «Idee vecchie». Giordano: Prodi resista Ma un pezzo di Prc annuncia la crisi: siamo alla deriva

Roma - Si va dal «fuori i comunisti dal governo» al «serve una sinistra anticapitalista». La polarizzazione della maggioranza è ormai un dato di fatto. Ieri la tensione tra moderati e radicali del centrosinistra ha assunto toni drammatici per la coincidenza tra la chiusura del comitato politico di Rifondazione comunista e l’offensiva centrista, che è continuata sull’onda del manifesto per il Partito democratico promosso da Francesco Rutelli, le cui ragioni sono state ribadite da Renzo Lusetti che non ha escluso la possibilità che la coalizione sia «ridisegnata».

Ma a dare voce agli umori dei moderati è stato soprattutto Lamberto Dini, chiedendo senza mezzi termini che il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e tutto il suo partito, Rifondazione comunista, escano dall’esecutivo: «Sono dominati dalla ideologia del secolo scorso - ha spiegato - non sono guidati dalla ragione, hanno idee vecchie. Vadano fuori dal governo. Credo che qualcuno glielo dirà al prossimo Consiglio dei ministri».

Il pretesto è la trattativa sulle pensioni. Ma le implicazioni sono più ampie come hanno ricordato al premier lo stesso ministro Ferrero e il segretario del Prc Franco Giordano: «Il presidente del Consiglio vada avanti e non si faccia frenare dalle resistenze politiche che verbalmente sono dirette contro di noi ma in realtà sono contro il sindacato, puntano a marginalizzarlo e alla fine a far saltare il governo».

Continua quindi il tentativo di Rifondazione di accreditarsi come il migliore alleato di Romano Prodi e la denuncia di un disegno neocentrista. Unico neo nello scenario descritto dal Prc, l’opposizione dei dissidenti interni al partito di Fausto Bertinotti, che ieri si sono fatti sentire per bocca di Salvatore Cannavò, che ha annunciato la scissione, sostenendo che il Prc è «alla deriva» per le sue posizioni filogovernative alle quali contrappone la necessità di una «sinistra anticapitalista». Dissidi che peseranno quando si tratterà di votare la Finanziaria e quindi anche la riforma delle pensioni. La tesi del Prc è condivisa dai Verdi. Ieri ha parlato il sottosegretario all’Economia Paolo Cento mandando al Pd un messaggio chiaro quanto quello di Dini. «Il Partito democratico non è in grado non solo di governare l’Italia, ma neanche la gran parte di comuni, province e regioni: è quindi del tutto evidente che immaginare scenari diversi dall’Unione significa prefigurare o la sconfitta per i prossimi 15 anni del centrosinistra».

Quale sia la prospettiva a medio termine è difficile dirlo. Anche tra i moderati le posizioni sono diverse. C’è il pragmatismo di marca Dc di Clemente Mastella, secondo il quale il governo è destinato a reggere fino a quando non sarà stata approntata un’alternativa che eviti il ritorno alle urne. «Si va alla ricerca di una novità e fino ad allora rimane quello che c’è. Non c’è interesse a far tornare quel che c’era prima». E c’è anche chi è terrorizzato da questa prospettiva, come Daniele Capezzone: «Non credo che il Paese possa permettersi il lusso di uno-due (o quanti altri?) anni di trascinamento».

La tensione, quindi, resta ai massimi. E Renzo Lusetti - firmatario del manifesto di Rutelli - non si è sforzato per stemperare gli umori. Replicando alla sinistra, l’esponente della Margherita ha respinto le accuse del Prc. Nessun disegno moderato, quindi. Piuttosto, il manifesto del vicepremier «ricorda giustamente che gli elettori del centrosinistra non sono solo quelli di Pecoraro Scanio o di Rifondazione ma, e soprattutto, quelli dei partiti riformisti. Da noi è venuta un’esortazione alla maggioranza a fare il proprio dovere. Chiediamo insomma di mantenere gli impegni presi. Altrimenti - conclude - prendiamo atto che bisogna ridisegnare la coalizione».