Dini: manovra deludente. Se il governo cadesse non ne farei un dramma

Il leader dei Liberaldemocratici: "L'Unione dimostri di saper decidere o si arriverà all'esercizio provvisorio. E comunque non sarebbe una cosa devastante"

Roma - Presidente Lamberto Dini oggi nell’aula di Palazzo Madama inizia la discussione sul decreto fiscale agganciato alla Finanziaria. E per la maggioranza iniziano i mal di pancia. Lei crede davvero che il governo possa cadere sulla manovra?
«La nascita del Partito democratico ha fatto venire meno il cosiddetto vincolo elettorale. Io, per esempio, ero stato eletto nelle liste della Margherita, ed ora la Margherita non esiste più. In fin dei conti, lo stesso Rutelli sostiene che il mandato elettorale non deve essere tradito se non si ha un diverso disegno politico. Ma io, il mio disegno politico ce l’ho. E l’ho annunciato con la creazione dei Liberaldemocratici».

Vista la striminzita maggioranza al Senato, se il governo cade sulla Finanziaria non crede ci sia il rischio di esercizio provvisorio.
«Se ci si andrà, sarà per l’incapacità di decidere di questo governo e di questa maggioranza. E, comunque, non sarebbe una cosa così devastante. Per la prima volta il deficit programmatico invece di migliorare quello tendenziale, lo peggiora. Parliamoci chiaro, abbiamo buttato all’aria un anno e mezzo di ripresa economica; e ora il ciclo non si presenta così positivo come un anno fa. Questa Finanziaria è oggettivamente deludente: come dicono Fondo monetario, Ocse, Commissione europea, Banca d’Italia».

Oggi il decreto legge, poi la Finanziaria. E alla Camera il protocollo sul Welfare destinato a confluire nella manovra sotto forma di maxiemendamento, una volta che la Finanziaria arriverà a Montecitorio...
«Mi auguro che non sia questo il programma del governo. Se pensa di nascondere nella Finanziaria il protocollo sul Welfare, Prodi corre seri rischi. Per esempio, noi non voteremo misure che accrescono la spesa pubblica. E qualcuno mi deve spiegare come fa a non aumentare la spesa se non si mette un tetto ai lavori usuranti. Noi proponiamo una riduzione della spesa, unica via per ridurre la pressione fiscale. Ma non mi sembra che sia questa la direzione presa dalla maggioranza. Ha presentato più emendamenti dell’opposizione: un’assurdità. Mi sembra tanto l’anticamera per un voto di fiducia... Mentre giudico un’aberrazione gli emendamenti presentati dal governo. Ma cos’hanno approvato a Palazzo Chigi al Consiglio dei ministri?».

Le tensioni della maggioranza, però, non si limitano ai conti pubblici. Basta guardare quel che succede fra Mastella e Di Pietro...
«Trovo difficile distinguere nell’atteggiamento di Mastella le preoccupazioni sull’inchiesta giudiziaria e quelle legate al referendum elettorale. A dir la verità, il più preoccupato per il referendum dovrebbe essere proprio Romano Prodi. Mastella l’ha detto chiaramente: pur di evitarlo è pronto a ritirare la delegazione dal governo».

Quindi, secondo lei, Prodi è a rischio sia sulla Finanziaria sia sulla riforma elettorale?
«Certo che sì. Voglio proprio vedere come fa la maggioranza a mettere a punto una riforma elettorale senza il contributo dell’opposizione. E al momento una legge elettorale condivisa non mi sembra un’ipotesi percorribile».

Quindi, scatta il referendum?
«Non è solo un problema di referendum. Guardi cosa dice Rutelli: subito una nuova legge elettorale sul modello tedesco. E pensa che dopo il varo di una nuova legge elettorale chi la chiede poi non vuole andare a votare? Insomma, sia quelli che non vogliono la legge, sia quelli che la vogliono, intendono far finire in modo anticipato la legislatura. Personalmente non credo sia giusto un ritorno al proporzionale. Per me il miglior sistema elettorale è quello americano: maggioritario, con collegio uninominale e a turno unico. Invece, ho la sensazione che si stia andando in direzione opposta».

Ma perché c’è questo «impazzimento» della maggioranza?
«Per tante questioni e nessuna. Per la finanziaria, per la legge elettorale, per il Partito democratico. E soprattutto per il fatto che dall’inizio legislatura, il gruppo dell’Ulivo al Senato ha finito per mediare fra le posizioni della maggioranza e quelle della sinistra antagonista. Fino alla nascita del Partito democratico ha prevalso la disciplina di gruppo. Ora quella disciplina non esiste più. E noi non siamo più pronti a mediazioni. Soprattutto se, queste mediazioni, finiscono per aumentare la spesa pubblica. Come s’è fatto con il protocollo sul Welfare».