Dini sente profumo di rivincita: "Esecutivo inadatto al rilancio"

L'ex direttore generale di Bankitalia si lascia le mani libere: per alcuni si prepara a entrare in un Prodi-bis, per altri lascerà l'Unione e farà cadere il Prof sul Welfare

Roma - In questi giorni il senatore Lamberto Dini sembra avere la testa altrove. Distratto, in più d’una occasione ha dimenticato di votare in aula. «C’era caos, non abbiamo capito. Non ha significato politico», si è affrettato a sminuire ieri mattina. Intrattiene però fitta corrispondenza di bigliettini, alcuni dei quali ai senatori del centrodestra e sono in molti a giurare sulle sue riprese frequentazioni con Silvio Berlusconi. Ma l’apparente distrazione e confusione di Dini sono appunto un’apparenza. L’ex premier cura e custodisce un pensiero fisso, un progetto concreto, come sempre ha fatto.

Nulla lasciato al caso. Il progetto consiste in un articolo unico: riprendere quota e giocare da posizioni di forza. Con chiunque sia, preparandosi a qualsiasi evenienza. «Va superato questo quadro politico, poiché il governo che ne è espressione non appare adatto a realizzare le politiche necessarie per invertire la tendenza al declino economico e civile del Paese». Il giudizio di Dini sul governo è senza appello: «L’etica dei principi - ha detto - ci farebbe propendere per un giudizio negativo. Sappiamo però che è importante farsi guidare anche dall’etica della responsabilità, che ci induce a votare a favore di questa Finanziaria» Fine gennaio-febbraio, sempre che il governo ci arrivi in salute, è la data prevista per la crisi che Romano Prodi vorrebbe «pilotata». Ma si sa, spesso le automobili sgangherate fanno testacoda e non c’è verso di rimetterle in pista. I pezzi non combaciano più. Però la crisi che tutti attendono ha una motivazione semi-ufficiale: se nella versione finale della Finanziaria verrà mantenuta la norma sul dimezzamento dei ministeri, sarà un passo istituzionalmente obbligato.

Per Dini, l’occasione per prendersi la sua vendetta nei confronti di Prodi. Non a caso, la dalemiana agenzia «Velina rossa» ieri prometteva al senatore un futuro ministeriale di primo rango, e non c’è bisogno d’interpellare la Sibilla per immaginare l’Economia. «Ci sarà la collocazione in un posto di responsabilità nell’esecutivo», ha scritto Pasqualino Laurito, attribuendo l’imbeccata (o il messaggio trasversale, che dir si voglia) a un non meglio precisato «ambiente serio». Si presume abbia a che fare con la Farnesina e porti i baffetti. In ogni caso, Palazzo Chigi sta cercando in tutti i modi di riconquistarlo e pare che Prodi gli abbia promesso il ruolo di vicepremier. Il ripreso attivismo porterebbe allora il segno inconfondibile di una posizione di rilievo a lungo cercata. Vani finora i mille tentativi di Walter Veltroni per riportare il senatore a miti consigli, e nella gabbia del Partito democratico. Dini, dopo esserne uscito, non è certo rimasto con le mani in mano, e si è messo in una posizione di «utilità marginale» fondando il gruppo dei Liberaldemocratici.

Il passo ulteriore sarà, dopo la Finanziaria, la nascita di un gruppo parlamentare, composto dai due suoi fedelissimi (D’Amico e Scalera), più Bordon e Manzione, più i tre mastelliani dell’Udeur, più Fisichella. Il decimo che occorre per avere dignità di gruppo (e relativi appannaggi) potrebbe essere Follini, secondo alcune voci. Ma la triste verità è che un decimo che si presti a fare gruppo lo si trova a ogni angolo di buvette, visto che ci sarebbe anche un discreto gruzzoletto da spartire e che la visibilità sarebbe garantita. Se Di Pietro si è dichiarato indisponibile «a unioni improprie fatte per barare» (pensa piuttosto a un incontro con Tabacci e Baccini), il senatore Bordon ha invece confermato che la fusione con i Liberaldemocratici è nelle cose: anzi, è uno sbocco «quasi naturale». Quello che conta, ha aggiunto, «è che ci si aggreghi sulla base di un progetto politico». In palio difatti non ci può essere soltanto una poltrona d’onore per l’ex premier, ma anche qualche strapuntino per gli altri.

Il mastelliano Tommaso Barbato ha dovuto ammettere che «c’è un approccio a questa ipotesi». Si tratta di un’ipotesi di lavoro, ha spiegato, in quanto sono «forze e gruppi che la pensano più o meno allo stesso modo e hanno le stesse radici». Se si parla di radici, bisognerebbe ricordare che quelle di Dini sono nel centrodestra. Per questo l’ex premier non ha chiuso la porta ad alcuna alternativa, anzi ha preso le distanze dal governo. «Il suo voto alla manovra sarà il suo rito di congedo», aveva pronosticato il neodemocristiano Gianfranco Rotondi. Ennesimo segnale che Lambertow è sulla riva ad attendere cadaveri e non ha dimenticato come si fanno i salti lunghi. A volte consentono di superare acque limacciose.