Dini taglia l’ultimo ponte con Prodi: «Vive di annunci e mosse disperate»

«L’unica cosa che il premier sa fare è perdere consensi»

da Roma

Al lupo, al lupo. «Tutti l’abbiamo studiato da bambini», si vanta Romano Prodi soffrendo l’«inquietudine» che «da diciotto mesi» lo tiene sulla graticola. Da studioso di favole, racconta la sua: «Problemi ci sono, ma siamo stanchi di questi continui gridi che fanno molto male mica a me, bensì alla democrazia italiana», continua riferendosi al grande nemico Berlusconi e alle sue «spallate». Il premier è coriaceo come una testuggine: «Io intanto duro, in me prevale la speranza, andiamo avanti e stringiamo sempre più i bulloni del funzionamento del governo con una strategia precisa. Poi quel che sarà sarà... ».
Già, la verifica di gennaio sarà quel che sarà. Ma intanto il re è nudo e finge di non saperlo, nonostante il manipolo di voti che lo regge in Senato tiri ancora via i veli. Altro che «al lupo, al lupo»: Lamberto Dini recapita il suo cadeau natalizio al premier senza tanti fiocchetti. A proposito delle speranze di sopravvivenza prodiane, legate a concessioni «popolari», l’ex premier dice che si tratta «solo di annunci». Requisitoria inclemente: «Mi pare che siano mosse disperate - dice Dini -; il governo oggi raccoglie soltanto il 25 per cento dei consensi. Al Senato i numeri non ci sono, e quindi la coalizione non ha una maggioranza. È oggi una minoranza: il governo non ha i numeri per governare».
C’è poco da obiettare, la matematica non è opinabile. Anche agli attacchi a Berlusconi, Dini non concede nulla al presidente del Consiglio: «Sono dichiarazioni di una persona che pensa che soltanto lui possa guidare il Paese e questa mi sembra una pretesa assurda. L’opposizione fa il suo lavoro e il governo faccia il proprio. Il proprio, per il momento, è solo una perdita di consensi». Il benservito arriva a Finanziaria approvata nonostante i tanti punti critici rilevati dai diniani. E con il premier pronto a promettere incrementi salariali e redistribuitivi, nonostante il parere negativo del ministro dell’Economia: «Ma ci dica piuttosto dove va a prendere i soldi: mi pare che l’intenzione sia quella di dare una mano e riprendere con l’altra», lamenta Dini pensando a un governo istituzionale.
Prospettiva che sembra probabile, nonostante si sia ancora alle prime scaramucce del mese cruciale per le sorti di Palazzo Chigi. Il governo spera nella sponda di Casini e il ministro Chiti lo alletta purché lasci perdere le chimere di un esecutivo istituzionale, perché «Prodi è l’unica garanzia per le riforme». Il capo dei deputati del Pd, Soro, arriva invece a chiedere le dimissioni di Dini, eletto «per conto di uno schieramento nel quale non si riconosce più» e del quale «è una delle cause di difficoltà». Anche Mastella difende a muso duro il governo: «Non c’è spazio per le furbate: o resta in piedi o si va subito al voto». Niente governo di larghe intese o istituzionale, «nessuno pensi di prendere il posto di Prodi». Al premier restano ancorati anche socialisti e dipietristi: «Il cambio di casacca è una semplice vicenda di malcostume personale», insinua il capogruppo dell’Italia dei valori, Donadi. Il comunista Diliberto vuole «Prodi per cinque anni» e minaccia «elezioni anticipate se Dini e i suoi decidono di cambiare schieramento». Solo il senatore del Pd Polito è cauto, perché «se Dini dice che non c’è maggioranza bisogna credergli visto che è lui la maggioranza». «Invece di insolentirlo - aggiunge - ascoltiamo le sue ragioni». Tutte favole di fine anno, in definitiva. Cui manca ancora il lieto fine.