Dini, ultimatum al governo in sette punti

Le richieste: meno statali, meno fisco, addio Province. I senatori Del Pennino e Saro: non voteremo per Prodi. Bersani: no ai diktat

da Roma

L’aveva promesso, l’ha fatto. Un programma in sette punti da «prendere o lasciare». Lamberto Dini detta l’agenda dei prossimi sei mesi: a Prodi od a qualunque altro governo pronto ad adottarla. Taglio del 5% dei dipendenti pubblici, riduzione (predefinita) del prelievo fiscale), abolizione delle province, più qualità scolastica, meno politica nella Sanità, infrastrutture al Sud, riduzione dei tempi della giustizia. «Non rinnoveremo - scrive il leader dei Liberaldemocratici al Corriere - la fiducia ad un governo che non volesse seriamente impegnarsi per il rilancio del Paese». E confermano di non votare per Prodi i senatori Del Pennino e Saro, indicati da Manzione come suoi potenziali sostenitori.
I suoi sette punti di programma vengono accolti con ostilità dalla maggioranza (soprattutto l’ala estrema), con favore dell’opposizione, con freddezza dal premier. Secondo Romano Prodi, si tratta di «spunti di riflessione, suggerimenti di cui terremo conto. Ma non è che una verifica al giorno tolga i problemi di torno». Smorza anche il ministro Bersani: «Si tratta di proposte che si possono approfondire, non di un ultimatum».
Più scettico il più «prodiano» dei parlamentari del pd. Per Franco Monaco, se quelli di Dini non sono «pretesti» se ne può discutere; a condizione che non servano per «coprire» una scelta precostituita. Vale a dire, far cadere il governo. Secondo Pecoraro Scanio, invece, è il metodo del «diktat» che non è accettabile. Titti Di Salvo, capogruppo di Sinistra democratica alla Camera, domanda: a quale titolo Dini dà i sei mesi al governo? La risposta sembra fornirla Marco Rizzo, coordinatore dei Comunisti italiani: «Le posizioni di Dini sono degne di Berlusconi. Se la sinistra le accoglie, tanto vale iscriversi a Forza Italia».
E proprio dal coordinatore azzurro Sandro Bondi arrivano parole di apprezzamento per il programma dei Liberaldemocratici. «I punti del programma sono punti di buon senso, ragionevoli e sarebbero utili e necessari al nostro Paese». Ma chiosa: proprio per queste ragioni difficilmente potranno essere accolti da Prodi. Anche Pionati dell’Udc rileva come Dini indichi «problemi seri che devono essere affrontati in tempi rapidi e risolti con chiarezza e coerenza». Scettico, invece, Gianfranco Rotondi (Dca): il programma di Dini è «una farsa» che rafforzare Prodi.