Dino Buzzati, lo scalatore di anime

Dino Buzzati amava le montagne di un amore nobile, misurato. Nato ai piedi delle Dolomiti Bellunesi, si era portato ovunque e per tutta la vita quei suoi geni alpini. Mai abbandonati, nemmeno a Milano, al Corsera, dai cui uffici tendeva sempre uno sguardo verso nord-est. E il Buzzati del Deserto non poteva che aver iniettato nella vena di malinconica attesa di Giovanni Drogo quel suo sangue bellunese di innamorato dei monti.
Le montagne, pure così lontane dai modi e dai mondi borghesi della maturità di Buzzati, costituirono il contraltare necessario della sua vita cittadina, la diastole liberatoria, la speranza del vaso di Pandora, creature dotate di un’anima capaci di avvertire «un insopportabile prurito» per la presenza degli alpinisti sui loro fianchi o di mandare le ombre dei suoi salitori a tormentare i sonni dell’ingegnere che voleva costruire la funivia sul Cervino, il regno di una residuale mitologia (gli gnomi), teatro di discese con gli sci, di curve pennellate, di «contro movimenti» alla Arlberg. La vera chiave di lettura di Buzzati, come ha inteso segnalare Lorenzo Viganò nel cofanetto da lui curato I fuorilegge della montagna, antologia in due volumi di scritti fra racconti, articoli, pagine tratte dal taccuino personale dello scrittore (Mondadori, pagg. 582, euro 19).
«Con questo lavoro - precisa Viganò - ho voluto mostrare che il rapporto che Buzzati aveva stabilito con le montagne, che entrano nella sua vita di uomo e di bambino, è profondo e decisivo anche per capire la sua opera. Buzzati scrisse di montagna sempre e da tutti i punti di vista: le discese con gli sci, le scalate e gli scalatori, le gare olimpiche invernali: sono queste, in sostanza, le diverse aree tematiche dell’antologia. Scritti in parte inediti, usciti e mai più ripubblicati sul Corriere o su altri giornali, in particolare quelli riguardanti lo sci, sua grande passione insieme all’alpinismo, e le Olimpiadi invernali di Innsbruck del 1964, nei quali la cronaca si arrende e lascia il posto allo scrittore e alla letteratura».
Buzzati sa che la bellezza della montagna, «la poesia» della montagna può essere contemplata solo se non si è sulla sua cima. Dalla cima tutti i panorami si somigliano, il mondo laggiù si appiattisce e diviene banale. E la montagna salita, con la sua forma, diviene impossibile da vedere. Una metafora perfetta per dire del suo essere, insieme e profondamente, anche cittadino, del suo bisogno di distacco, della sua appartenenza a una borghesia intellettuale «urbana». Lo stesso distacco che fa sì che lo stile sia piano, asciutto, refrattario alla retorica, eppure capace di una visionarietà ironica e onirica, come nel racconto La parete, nelle Alpi Oniriche: Buzzati si appresta a salire una parete popolata da «gente che scriveva in piccoli uffici, leggeva, lavorava, ma per lo più si affollava a far chiacchiere nei caffè sistemati sulle cenge e in certe caverne». Un giovane alle prese con l’aperitivo si affaccia e vede Buzzati: «Agile però per la sua età!». Subito dopo Buzzati cade, e mentre precipita nel vuoto, sente quelli dell’aperitivo mentre discorrono di Vietnam, del campionato di calcio, del Cantagiro.
Lorenzo.scandroglio@gmail.com