Dino Campana, il più lungo capolavoro

Molti ricorderanno un bel film sugli amori del poeta Dino Campana con Sibilla Aleramo, protagonista Laura Morante, in cui assume una dimensione popolare un poeta che spesso, attraverso professori sensibili, viene letto e visto con attenzione anche nelle scuole. Fra Gozzano, D’Annunzio, Ungaretti e Montale, c’è spazio, grazie a insegnanti sensibili, con un’attenzione legata anche al personaggio, al mito della sua figura di vagabondo e folle, per Dino Campana. Questa attenzione non assoluta, ma molto definita e precisa, persino delle scuole, porta anche alla realizzazione di un film, che parla dell’amore tra Sibilla Aleramo, donna infuocata, appassionata, scrittrice, grande comunista nel dopoguerra, femminista ante litteram, donna di molti uomini, e il grande poeta, vittima di lei per un tempo breve.
L’opera più importante di Dino Campana, Canti orfici, già nel titolo porta una dimensione di viaggio nella notte, nell’inconscio, che lo rende così originale, così moderno, così aperto verso una sensibilità nuova. Dino Campana vive della luce della sua vita disperata, errabonda. Nato a Marradi, in Toscana, egli scrive il suo capolavoro e lo porta, perché sia pubblicato, ad Ardengo Soffici e Giovanni Papini, che sono in quel momento gli intellettuali che potrebbero pubblicare la sua opera. A loro si affida Campana, con il suo libro, che si chiama Il più lungo giorno, il quale incredibilmente sparisce fra le carte di Ardengo Soffici. Disperato quanto poteva essere, Dino Campana, concentrandosi per intervalla insaniae, in una follia che si moltiplica nella disperazione, ma anche con lucidità, riscrive Il più lungo giorno e lo chiama Canti orfici, anche a rappresentare questo percorso nell’abisso della memoria per riscrivere versi che in parte sono quelli del primo testo, e in parte rinnovati e resi più sulfurei e visionari. Dopo la morte di Ardengo Soffici, una ricognizione della sua casa, sepolto fra mille carte, fa ritrovare il manoscritto de Il più lungo giorno. Nel 1914 Campana pubblica i Canti orfici, l’opera riscritta, e si perde notizia della vecchia edizione. Poi improvvisamente l’editore Vallecchi stampa Il più lungo giorno, e ci si rende conto di quanto sia stato cambiato e di quanto invece sia stato ripercorso dalla memoria di Dino Campana. Questa storia è singolare, non solo per ciò che esce dalla concentrazione disperata di chi deve riscrivere quello che si è perduto, ma anche perché segna il destino di un’opera rara, sia per le poche copie che ne furono tirate all’epoca, che per il suo stesso dettato, che è visionario e tutto ricostruito nella tensione di ricordare. La riscrittura del testo, la riscoperta e il confronto de Il più lungo giorno, sono il risarcimento, nella memoria e nel tempo, della personalità di un artista che merita di diventare protagonista di un film d’amore e che diventa un personaggio a distanza di novant’anni dal suo capolavoro.