Dino Campana Poesia e follia nelle lettere di un buon diavolo

Q uando ci si addentra nell’«universo Dino Campana» (la poesia e la vita dell’autore di un unico libro, Canti Orfici, 1914) ci coglie un malessere, che deriva dall’incompiutezza dell’una e dell’altra: del suo destino di poeta e della sua esistenza, conclusasi nel 1932 in manicomio dopo 14 anni di restrizione. Tuttavia, per Campana non si può dire che il primato della Vocazione lo spinga a un totale rifiuto degli umani rapporti. Anzi, un desiderio ansioso di amicizia costituisce la nervatura della sua corrispondenza epistolare, che appare un correttivo alla solitudine diffusa nel suo libro.
Si sa che i Canti Orfici circolarono in una cerchia ristretta di cultori di poesia, suscitandovi però significativi consensi, da Boine a Cecchi a De Robertis. Ma di fatto il libro non varca i confini di un doloroso isolamento; ci vorranno un paio di generazioni prima che esso si imponga come una pietra miliare del ’900 poetico. Oggi le Lettere di un povero diavolo (Polistampa), dove trattano esplicitamente dei Canti Orfici e della loro sorte, sembrano rassegnate all’isolamento. Malgrado una orgogliosa sottolineatura, quando in Dino prevalga l’insofferenza, del divario che intercorre fra il suo libro e il tipo di poesia che in quella stagione gode di maggior ascolto.
Gabriel Cacho Millet, il curatore del volume, ha all’attivo un’imponente mole di indagini su Campana. Infaticabile nel ricercare e collazionare documenti, è riuscito a incrementare il suo primo inventario del 1978: Le mie lettere sono fatte per essere bruciate. Cominciava così a mettere ordine in una selva aggrovigliata, nella quale acquistavano una più giusta prospettiva sia le lettere a Sibilla Aleramo, oggetto di un furioso amore nell’estate del '16, sia le missive indirizzate ai letterati: Mario Novaro, Cecchi, Soffici, Papini. Nei loro confronti, alle ire con minaccia si alternano umili attestati di devozione; talvolta sono preghiere che Dino rivolge a chiunque possa procurargli un lavoro. Una disarmante fragilità si incrocia con la fierezza del consapevole portatore di una croce. Il «povero diavolo» ha viaggiato, nomade, dall’Europa alla Pampa, senza sprecare il seme della sua avventura; ma quale più copioso raccolto avrebbe potuto darci, solo che... O forse no, doveva andare com’è andata; la follia non ha nutrito la poesia, in colui che qualcuno chiamò sbrigativamente «il Rimbaud italiano», ma ne ha determinato la temperatura, a un grado che spesso ci vieta un’interpretazione logica o tantomeno una parafrasi del testo.