DINO RISI «Monicelli si offenderebbe se io non morissi prima di lui»

Massimo Bertarelli

Caro Dino Risi, il suo amico Monicelli a 90 anni prepara un nuovo film, lei che ne ha solo 88 che fa?
«Non ho nessuna voglia di imitarlo. Quello è una roccia, non sente gli anni. Beato lui».
Sempre Monicelli dice che il suo elisir è rimanere giovani dentro. La ricetta del dottor Risi?
«È una parola. Nel senso che non esiste. Di sicuro Monicelli spera che io muoia prima di lui. Si offenderebbe se non lo facessi».
Una volta per tutte, fra voi due chi è il vero padre della commedia al’italiana? Il suo illustre collega tira in ballo Plauto...
«Io salterei in avanti di alcuni secoli e dico Mario Camerini. È lui che ha inventato quel genere di commedia, battezzata all’italiana, con intento spregiativo, come la pizza alla napoletana».
Monicelli le invidia due film: Una vita difficile e I mostri. Lei cosa gli ruberebbe?
«Due tra i meno acclamati: Vogliamo i colonnelli e I compagni. Ma soprattutto Brancaleone, un bel manifesto per Monicelli».
Invece tra i film da lei diretti, quale ama di più?
«Come quei padri che vogliono bene ai figli un po’ malaticci, ne amo due, che non hanno avuto molto successo: Il giovedì con Walter Chiari e Il gaucho con Gassman».
Walter Chiari non ha avuto fortuna col cinema...
«Per forza, scappava sempre da qualche parte, dietro una bella donna».
Senti chi parla...
«No, il regista non può mai allontanarsi».
Lei ammette di aver fatto anche film brutti. Il più brutto qual è?
«Non saprei. Di bruttissimi non credo di averne fatti. Bruttarelli sì».
Il successo più sorprendente nella sua carriera?
«Il sorpasso, senza dubbio. Non ci credeva nessuno. E la prima volta al cinema è stato un disastro. Lo davano in anteprima al Quirinetta di Roma, era estate ma mi ricordo signore impellicciate. Mai una risata e alla fine gelo totale».
E allora?
«Poi uscì al Corso sempre di Roma, dove avevano appena tolto Anima nera di Rossellini, con Gassman protagonista, che era andato malissimo, credo fosse stato su due giorni. La gente vedeva le locandine del Sorpasso: ancora Gassman, per carità, e scappava. La prima sera c’erano cinquanta persone, la seconda duecento, la terza non si riusciva a entrare. Il passaparola aveva funzionato, come già era successo per Poveri ma belli».
Per fare le commedie bisogna essere cattivi, anzi perfidi?
«Un po’ di cattiveria ci vuole. La commedia all’italiana ha un filo nero dentro, spesso con una vena malinconica».
Quanto c’è di autobiografico nelle sue storie?
«C’è sempre qualcosa, dove c’è l’autore. Mi ricordo i film girati d’estate, con quel sapore di vacanze. Ci assomigliavano molto: donne, sole, mare...».
Perché i critici non amano le commedie?
«I critici erano tutti di sinistra. Picchiavano duro su chi osava far ridere, cosa proibitissima, al massimo si poteva far sorridere. Altrimenti non godevamo della loro stima. Ma hanno preso molte cantonate, come quando dicevano che Totò era l’ultimo dei guitti».
C’è un genere che non le piace?
«La fantascienza mi annoia. Il western mi piaceva quando avevo otto o dieci anni. Andavo la mattina al cinema Silenzioso di Milano, di fronte alla Rinascente: con me c’erano tutti quelli che bigiavano la scuola. Il più bello è Ombre rosse, un capolavoro, ma non è un vero western, infatti è tratto da una novella di Maupassant. Poi è tornato a piacermi con Sergio Leone, un grande».
Il bluff più grande della storia del cinema?
«Mi verrebbe una cattiveria...».
Dica, dica...
«Antonioni non mi è mai piaciuto molto. Anche se lui è una persona divertente, i suoi film sono troppo ermetici. I critici ci andavano a nozze, dicendo che li capivano passavano per intelligenti».
Sono passati cinque anni dalla morte di Gassman. Le manca più l’attore o l’amico?
«L’amico. In trent’anni è nata e cresciuta una bella amicizia. Con Il sorpasso è diventato un grande attore cinematografico».
Prima era un grande attore teatrale...
«Non so se grande. Ma forse io sono prevenuto. Non amo il teatro. È scomodo, c’è gente che tossisce, non si sentono gli attori. E poi lo trovo barbosissimo. A cominciare da Shakespeare».
Anche lo scespiriano Gassman era noioso?
«Tutt’altro. Mi piacevano la sua intelligenza, la sua ironia, una certa cialtroneria. Eravamo dei goliardi, anche se lui era un po’ più serio. Poi è scivolato nella depressione».
Vi portavate via le donne a vicenda?
«Se capitava...».
E lei vinceva la sfida, cinque a quattro...
«Qualcuno si è preso la briga di tenere un conto. Vittorio era più un mordi e fuggi. Per lui una donna era cotta e mangiata, come dicono a Roma. Io mi ci dedicavo un po’ di più. Mi piaceva molto innamorarmi».
Anche sul set?
«No, con le attrici mai. Delle altre sì. Ma anche oggi mi innamoro continuamente. Sono fiammate dei vent’anni, scosse di adrenalina».
È vero che Gassman invidiava Tognazzi. Perché?
«Verissimo. Gli invidiava la naturalezza, la semplicità. Tognazzi non era un attore nel modo classico. Era più simpatico di Gassman. Poi aveva molto successo con le donne».
Gassman era infelice?
«Negli ultimi anni sicuramente. Aveva una tristezza che spesso veniva scambiata per arroganza. Grattando la superficie, c’era invece un uomo sensibile, timido».
Lei che è laureato in medicina non è riuscito a guarirlo dalla sua implacabile depressione...
«Non c’è stato nulla da fare, neanche per gli specialisti che l’hanno visitato. È una malattia incurabile».
Comunque non ne è stato contagiato?
«No. Vittorio era un professionista della depressione, io un semplice dilettante. Ci siamo scambiati delle lettere: per molto tempo l’ha saputa tenere a bada, poi non c’è più riuscito».
Senta, come mai non ha fatto il medico?
«Mi attirava la psichiatria. Ho fatto uno stage, sei mesi nel manicomio di Voghera: un’esperienza terribile, traumatizzante. Era un lager, una cosa atroce. Se le famiglie volevano liberarsi di un parente, magari per derubarlo, lo sbattevano in quei posti».
Quindi ha cambiato idea...
«Ho scelto un altro manicomio: il cinema. È il più bel mestiere del mondo. Girare un film è come un viaggio sulla nave corsara. Nascono profonde amicizie che finiscono all’ultimo ciak, ciao ciao, ci sentiamo, ti telefono e non ci si rivede più. E già si è pronti a partire per un altro viaggio».
Chi è stato il più grande tra i mostri sacri, Gassman, Tognazzi, Sordi, Manfredi, Mastroianni? Monicelli dice Sordi, anzi lo mette al secondo posto tra tutti i grandi di sempre, dietro a Charles Laughton e davanti a Chaplin...
«Classifica bocciata. Però su Sordi non ha torto. Era il più vitale di tutti».
Lei che graduatoria fa?
«Una volta tra amici abbiamo fatto solo quella dei grandi cani. Laurence Olivier è il primo della lista. Il cane americano Gregory Peck, all’unanimità. Il cane italiano Gassman, ma nella giuria c’era anche lui».
E in campo femminile?
«La Loren ha tigna, ha carattere. La Magnani non era simpatica, più un fenomeno che altro. La Vitti si è rivelata un’attrice comica. La Massari si lamentava troppo, come Catherine Deneuve che mi scrisse una lettera rabbiosa, perché, secondo lei, in Anima persa non le avevo dato troppo attenzione. Anche la Spaak per Il sorpasso mi rinfacciò le stesse colpe. È una regola: le attrici vogliono essere sempre coccolate».
I tre film più belli della storia?
«Primo Luci della città, quindi Ombre rosse e Alba tragica...».
Niente Billy Wilder...
«È il mio regista preferito, bravo in tutti i generi. Viale del tramonto e La fiamma del peccato sono i miei film del cuore e del ventre».
Il primo italiano?
«La dolce vita. Anche se non lo voglio rivedere».
Ha paura della morte?
«No assolutamente. Sono incazzato perché doveva succedere prima che mi venissero tutti questi acciacchi. Spero di andarmene nel sonno».
Della sua generazione sono rimasti in pochi... A chi dice le sue celebri battute?
«Non so più con chi parlare. Rimpiango molto il mio sceneggiatore Bernardino Zapponi».
Lei evita puntualmente i funerali. Perfino quello di Gassman...
«Comunque preferisco i funerali ai matrimoni. Sordi disse una cosa bellissima: non andò ai funerali di Fellini, perché non voleva che la televisione cercasse sulla sua faccia i segni del dolore».
Come passa le sue giornate, nello stesso residence romano da trent’anni?
«Sono lunghe dall’una alle tre, e allora mi rifugio nel sonnellino. E pensare che una volta le chiamavo le ore del diavolo».
Va al cinema?
«Pochissimo. Ho cinque assaggiatori, se almeno tre concordano nel giudizio positivo, vado».
L’ultimo film che ha visto?
«Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino: molto bello». Toni Servillo è il più grande attore italiano. Anche L’uomo in più, sempre di Sorrentino e ancora con Servillo, mi è piaciuto: anche perché è difficilissimo mescolare calcio e canzoni».
In tv continuano a trasmettere i suoi film. Li riguarda se capita?
«Raramente. Mi rallegro perché dalla Siae arrivano i soldi dei diritti».
Ha mai pianto?
«Tre volte, ma non dico quali».
Una ogni trent’anni, ottima media. Da che età ha i capelli candidi?
«Dai trentacinque, più o meno. Ho acquistato charme».
Se una donna, bella naturalmente, le avesse chiesto di tingerli?
«L’avrei mandata al diavolo».