Dior fa sognare le donne con uno stile da odalisca

Sfilate a Parigi: in passerella scorrono abiti-gioiello che ricordano l’antica Persia. Lanvin sceglie la semplicità con tubini e tagli in sbieco

Parigi - «Tagli in sbieco contro la crisi» dichiara Alber Elbaz, l’irresistibile designer di origine israeliana che da otto anni disegna lo storico marchio Lanvin in passerella ieri a Parigi con una collezione geniale nella sua semplicità. Giacche, cappotti e tailleur erano infatti tagliati in sbieco, la magica costruzione sartoriale che aumenta la vestibilità dei capi e avvolge il corpo femminile in un abbraccio caldo e donante allo stesso tempo. «Le donne vogliono sognare e anche in questi momenti brutti come un incubo la mia moda offre sognanti evasioni» incalza John Galliano subito dopo aver fatto sfilare per Dior una libera e piuttosto pasticciata interpretazione dell’opulente decadenza persiana vista attraverso le miniature degli orientalisti. Romeo Gigli parla invece dell’identità che bisogna assolutamente difendere anche a costo d’inauditi sacrifici. Per cui ricompare sulla scena modaiola parigina con una nuova linea non a caso chiamata «io, ipse, idem» che ripropone in salsa nuova tutti i codici stilistici per cui questo grande creatore è famoso nel mondo: la leggerezza intesa come necessità, uno sguardo dolce e sempre innamorato sulle inquietudini dell’animo femminile.

A tanta grazia si contrappone la solida eleganza dei modelli creati per Rochas da Marco Zanini, trentasettenne stilista italiano di madre svedese chiamato alla direzione artistica della maison fondata nel 1925. Sulle rive della Senna il mondo della moda sembra preoccupato ma non rassegnato davanti allo tsunami che sta travolgendo l’economia mondiale. Così Alber Elbaz tra ottimismo e pessimismo punta sul realismo del tessuto-guaina con cui costruire strepitosi tubini decorati da cuciture-gioiello oppure delle pelli più preziose usate però a piccole dosi sul cappotto di lana.
Il glamour resta comunque intatto e convincente, mentre l’impeccabile sfilata Dior aveva un certo non so che di rigido e artefatto: i cappelli da gran Mogul sul classico tailleur «Bar» creato alla fine degli anni Quaranta da monsieur Christian in persona, il pantalone da odalisca sotto agli abiti da sera in chiffon, la mitica borsa inventata a suo tempo per Lady D e quei gioielli etnici che in definitiva si possono trovare anche dai vucumprà sulle nostre spiagge. Ben diverso lo sforzo del giovane Zanini per cercare un punto d’incontro tra vintage e modernità particolarmente riuscito nel cappottino in seta tricottata a mano. Il tentativo d’infondere energia nella poetica moda di Miyake è riuscito solo negli abiti da sera che appesi sembrano rettangoli di tessuto trasparente mentre una volta indossati sbocciano come fiori d’organza sul corpo.