Diossina a Seveso 29 anni dopo i conti non tornano

Danni morali: processi infiniti. A Desio nuova maxi-causa con 1.132 ricorrenti. Ma il giudice rinvia subito all’8 ottobre

Diossina a Seveso, un anniversario tra le aule di Giustizia. Dopo ventinove anni la ferita è ancora aperta: gigantesche cause che si trascinano, paure sugli effetti provocati sulla salute, polemiche. Il capitolo è aperto, il disastro ecologico più grave d’Italia è ancora materia di dibattito, di contrasti di punti oscuri, di contese infinite.
È il 10 luglio 1976, ore 12,37. Dal reattore A 101 dell’Icmesa di Seveso esce una «nuvola bianca» che si disperde sull’ambiente: sono 30 chilogrammi del micidiale veleno. Le autorità sono di fronte a un fatto del tutto nuovo. È un dramma che coinvolge migliaia di persone, oltre che di Seveso anche dei comuni vicini. Cominciano le tappe della vicenda: le evacuazioni dalla cosiddetta zona A, l’esercito sfolla 733 cittadini, crescono le ansie per un fenomeno senza precedenti. I dirigenti della «fabbrica dei profumi», controllata dal colosso svizzero Givaudan, cercano di minimizzare, eppure gli effetti della diossina si fanno vedere: iniziano gli esami clinici, le indagini epidemiologiche. La comunità scientifica si muove a piccoli passi verso una verità difficile, l’emergenza del disastro ambientale continua.
Cominciano le richieste di risarcimento danni, la multinazionale elvetica è condannata dal Tribunale di Monza a pagare i danni materiali: liquida quasi 200 miliardi di lire a oltre 31mila soggetti diversi tra privati cittadini, comuni, Provincia, Regione e Stato. I «diossinati» non si arrendono, si rivolgono alla giustizia per il risarcimento dei danni morali: lo stress, il danno biologico hanno un prezzo.
Ora a quasi un trentennio dalla tragedia, la cicatrice non si è ancora rimarginata. Restano aperte tre maxicause. La prima intentata da 81 persone del comitato 5 D (danneggiati dal disastro della diossina) hanno vinto in primo grado, eppure la Givaudan ha subito presentato ricorso in appello. Poi il Movimento federativo democratico apre un filone giudiziario e la prima sezione civile del Tribunale di Milano pronuncia una sentenza sfavorevole ai 1.221 cittadini che reclamavano il risarcimento del danno morale. Motivazione della decisione: è sopraggiunta la prescrizione. I ricorrenti non si danno per vinti, presentano la loro richiesta in secondo grado: la prossima udienza è fissata per l’8 febbraio 2006. Cinque giorni fa, martedì, in Tribunale a Desio scatta una nuova maxicausa: anche in questo caso 1.132 cittadini si affidano alla giustizia per chiedere il pagamento dei danni morali ed esistenziali. La prima udienza dura sei minuti. Federico Rolfi, il giudice, riceve le memorie degli avvocati e subito dopo aggiorna il processo: si torna in aula il cinque febbraio del prossimo anno. Non c’è premura, nonostante siano passati ventinove anni. In ogni caso Gaetano Carro, il portavoce del comitato 5D è ancora fiducioso: «Tre mesi e mezzo d’attesa non sono neppure tanti per i tempi della Giustizia. Speriamo di cuore di poter arrivare alla definizione della causa in tempi brevi».
Visti i precedenti, forse s’illude. Francesco Borasi, l’avvocato dei danneggiati, ha proposto la sua tesi. «Se la zona B è ancora contaminata e la concentrazione di sostanza tossica non rispetta i limiti fissati dal Decreto Ronchi, non può subentrare prescrizione». Opposta la tesi di Eva Lenski, una delle principali collaboratrici di Gerardo Broggini, lo storico avvocato milanese che da sempre assiste la multinazionale svizzera. Secondo i legali della Givaudan, «le richieste non hanno fondamento e, in ogni caso, sono tardive». La multinazionale non intende cedere per evitare che «Seveso diventi un pozzo senza fondo» come confermò Jurg Witmer, membro del consiglio d’amministrazione del gruppo. Sono tre cause, che sul piano teorico potrebbero portare la Givaudan a sborsare un conto da 12 milioni di euro. Dall’inizio della vicenda, hanno studiato il caso una pattuglia di avvocati, almeno dieci magistrati, il Tribunale di Monza, quello di Milano, la Corte d’appello, la Cassazione. Un intreccio incredibile.
Poi c’è Stefania Senno, ora trentenne, che diventò il simbolo della tragedia: la sua foto con il volto deturpato dalla cloracne fu pubblicata da tutti i giornali del mondo. Adesso Stefania vive a Treviso. La Givaudan non ha mostrato i muscoli e ha deciso di liquidare la somma richiesta dalla donna per l’intervento di chirurgia plastica, probabilmente anche sotto la pressione dell’opinione pubblica: le immagini di Stefania Senno sono «passate» sulla televisione svizzera colpendo la sensibilità degli elvetici. Insomma, pare che il colosso chimico voglia chiudere le pendenze col passato ma allo stesso tempo è determinatissima a non «accontentare» coloro i quali pretendono di aprire nuove liti giudiziarie.