Dipendenti pubblici, guerra sul contratto

Previdenza: critiche all’ipotesi di fusione tra Inps e Inpdap

Gian Battista Bozzo

da Roma

Quattro miliardi di euro in tre anni per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Un miliardo nel 2007, da stanziare con la prossima legge finanziaria, e tre miliardi per il biennio 2008-2009. Queste le cifre fatte dal ministro della Funzione pubblica Luigi Nicolais al meeting riminese di Comunione e liberazione. Il governo convocherà in settembre i sindacati del pubblico impiego per discutere dei rinnovi contrattuali. Incontri che si preannunciano non facili: Cgil, Cisl e Uil hanno già fatto sapere che considerano insufficienti i 4 miliardi (la richiesta è di 5,5 miliardi nel triennio), e che i contratti «non sono una concessione unilaterale del governo, e non si fanno al ribasso».
La proposta di Nicolais, secondo la Cgil, è «deludente». L’aumento mensile per un impiegato che guadagna 1.200 euro al mese sarebbe di 25 euro lordi, spiega il segretario della Cgil Funzione pubblica Carlo Podda: «Di fatto, è una moratoria contrattuale», aggiunge. I contratti pubblici per la parte economica sono biennali: per quanto riguarda il 2006-2007 ci sono i 505 milioni di euro stanziati nell’ultima finanziaria, a cui andrebbe aggiunto il miliardi di euro del 2007, mentre gli altri tre miliardi servirebbero per il biennio successivo. Il «no» della Cgil è condiviso da Cisl e Uil. I quattro miliardi indicati da Nocolais «sono pochi perchè distribuiti in tre anni - dice il segretario confederale della Uil Antonio Foccillo - e perchè mancano i soldi per il differenziale fra inflazione reale e programmata e per la contrattazione decentrata». Reazioni negative anche da Ugl e sindacati di base. Il timore espresso da tutti i sindacati è, soprattutto, quello di un allungamento di fatto della vigenza contrattuale. «È inaccettabile», attacca Luigi Tirelli della Cisl.
Nè miglior giudizio i sindacati riservano alla prospettata fusione Inps-Inpdap, che Nicolais giudica positivamente. «Sono molto favorevole all’operazione, anche se credo che vada opportunamente studiata», osserva il ministro della Funzione pubblica, appoggiando l’idea del ministro del Lavoro Cesare Damiano. Ma è noto che per i sindacati la previdenza è «cosa loro», e così giunge immmediata la presa di distanza. «La fusione non garantisce più efficienza - osserva il segretario confederale della Cisl Gianni Baratta - e comunque, temi come questi vanno definiti con il confronto».
Gli esperti del settore previdenziale sono scettici sull’applicabilità della proposta. L’ipotesi della fusione fra Inps e Inpdap è «suggestiva ma troppo complessa», dice Giuliano Cazzola. Il rischio, secondo l’economista, è che la crazione di un megaente previdenziale possa richiedere risorse più consistenti dei possibili risparmi. «Finora - spiega - i progetti di riforma avevano sempre ipotizzato un assetto a tre poli della governance previdenziale: un polo privato (dipendenti e autonomi), un polo per i dipendenti pubblici, un polo anti-infortunistico. La proposta di un superente può apparire suggestiva - aggiunge Cazzola - ma rischia di essere molto costosa. Inoltre, in quasi tutto il mondo i pubblici dipendenti continuano ad avere trattamenti pensionistici distinti dai privati». Per Cazzola sarebbe meglio mantenere distinti Inps e Inpdap, ma unificare le banche dati e i sistemi informativi. Elsa Fornero, a sua volta, giudica la fusione «ottima in linea di principio», ma osserva che si presenta «molto problematica» dal punto di vista dell’attuazione. «È comunque una cosa da studiare», conclude.