Un diploma ai primi imam «moderati»: ma a lezione si predica soltanto in arabo

nostro inviato a Brescia
È stato presentato come il primo corso di formazione per imam nel nostro Paese, ma siccome buona parte dei predicatori musulmani sono arabi e non parlano l'italiano, c’è voluto l’interprete. Non è l’unica anomalia di un'iniziativa che non ha avuto l’avallo delle nostre autorità, ma che si propone di lasciare il segno e che probabilmente non rimarrà isolata. Da un lato l’Agenfor, un gruppo italiano di società ed enti non profit, persuaso, in buona fede, «che sia importante rafforzare il dialogo per facilitare l’integrazione delle comunità islamiche», come ha spiegato il suo presidente Sergio Bianchi. Dall’altro la più ambigua e radicale delle organizzazioni musulmane, l'Ucoii, che ufficialmente non ha avuto alcun ruolo in questo ciclo di lezioni, ma la cui impronta è palese.
Ieri a Brescia si è svolta la cerimonia di consegna dei diplomi. Dove? Naturalmente nel centro islamico, gestito dall’Ucoii. E chi erano i docenti? Su cinque, tre, guarda un po', dell’Ucoii: il portavoce della moschea di Brescia Issam Mujahed, l’imam di Perugia e soprattutto il responsabile della moschea di Segrate, Abu Shwaima, convinto, come ha dichiarato in una recente intervista, che «tra dieci anni l'Islam sarà nel cuore degli italiani», perché «l’Islam è il bene e per questo dominerà il mondo». Il quarto era l’ambasciatore Scialoia, presidente della Lega musulmana, il quinto un professore marocchino. Nessun esperto laico italiano, nessun rappresentante delle altre correnti moderate dell’Islam.
Non è un caso che Souad Sbai, neodeputata alla Camera per il Popolo della Libertà e presidente delle donne marocchine in Italia, da noi interpellata, definisca «priva di credibilità» l’iniziativa, che infatti, «non ha valore legale».
Ieri pioveva a dirotto su Brescia e probabilmente il maltempo ha scoraggiato la maggior parte degli allievi a intervenire a un evento che nelle intenzioni degli organizzatori doveva essere epocale. A febbraio si erano iscritti in cinquanta, quaranta hanno frequentato, ma ieri si sono presentati solo in dieci, tra cui una donna, la convertita Elisa Boldrini, che vuole diventare dirigente di un centro islamico. Altre tre donne hanno seguito le lezioni e questo, secondo il portavoce Mujahed, dimostrerebbe che la parità tra i due sessi è rispettata nell’Islam italiano. Come prova è assai debole.
L’imam di Rho, barba nera incolta, sguardo diffidente, italiano stentatissimo, si è rifiutato di rispondere alle nostre domande, nemmeno per dire quale sia stato il significato di questa esperienza. Altri, come i dirigenti del centro islamico di Schio e quello di Vicenza hanno assicurato che in fondo del corso non c’era bisogno, perché loro sapevano già di dover rispettare la Costituzione e la legge italiana.
Incontrando i giornalisti Sergio Bianchi e Mujahed hanno lastricato di buone intenzioni i loro discorsi, dicendosi d’accordo sul fatto che l'italiano debba essere parlato da tutte le «guide spirituali». Forse, però, bisognava pretendere che questa fosse una condizione per iscriversi al ciclo. Hanno chiesto la cooperazione delle autorità per gestire il rapporto con i carcerati musulmani che in certe prigioni come quella di Desio, rappresentano il 60 per cento del totale. L'Agenfor e la moschea di Brescia hanno persino scritto una lettera aperta a Berlusconi.
Passi importanti, non sufficienti, però, a sgomberare le tante perplessità sull’iniziativa, a cominciare dall’approccio metodologico. Secondo Bianchi, in Italia la moschea deve diventare il riferimento per i musulmani che vogliono integrarsi. Insomma, anziché incoraggiare percorsi di emancipazione laica si riporta tutto nell’alveo dell'Islam. Proprio quel che bisogna evitare con una religione che non ha mai distinto chiaramente la Fede dal potere secolare.