Diplomatici Usa arruolati per l’Irak

È un manifesto celebre. Mostra lo zio Sam che puntando l’indice intima: «L’esercito americano ha bisogno di te».Fino agli anni Sessanta era rivolto ai giovani americani per sollecitarli ad arruolarsi nell’imminenza di una guerra. Nessuno poteva immaginare che un messaggio analogo potesse essere rivolto, nel 2007, ai diplomatici del Dipartimento di Stato. E non è un’offerta di espatrio, ma un ordine; perché la meta del viaggio è l’Irak, dove la sicurezza non è garantita.
Gli appelli ai volontari sono caduti nel vuoto, e siccome entro l’estate prossima la Casa Bianca vuole aumentare le presenze, il direttore delle Risorse umane Harry Thomas ha deciso di ricorrere alle maniere forti: chi non obbedisce sarà punito. E dire che i posti richiesti sono pochissimi, appena cinquanta. Ma a quattro anni dall’inizio della guerra, nessuno, proprio nessuno, vuole rischiare la pelle a Bagdad. Nemmeno gli scapoli. Ma Bush ha bisogno di quei funzionari. E allora ricorre alla prescrizione, con tanto di preselezione.
Per molti dipendenti del «ministero degli Esteri» americano, questo sarà un Thanksgiving - la Festa del Ringraziamento - all’insegna dell’angoscia. Domani l’implacabile Harry Thomas annuncerà i nomi di 250 candidati, che sono stati scelti in base al grado, alle competenze e alle lingue parlate. Poi, tra il 12 e il 22 novembre, verranno selezionati i cinquanta. Le possibilità di farla franca sono pochissime: solo chi soffre di seri e provati problemi di salute potrà restare a casa.
Era dai tempi del Vietnam che il governo non doveva ricorrere alle «partenze forzate» per uno scenario di guerra. Allora furono solo una ventina i recalcitranti, oggi sono molti di più; praticamente tutti funzionari del servizio esteri, che non si sono lasciati tentare nemmeno dalle buone condizioni offerte. Il contratto «Iraqi service package» richiede solo un anno di servizio e prevede un incremento del 70% dello stipendio di medio livello, più un altro 20% per lo straordinario. Inoltre garantisce cinque periodi di vacanza, per un totale di 60 giorni. Ma in una zona pericolosa come l’Irak non è consentito portare mogli e figli, e il distacco dalla famiglia rappresenta un ulteriore deterrente.
«Servire la patria è un dovere a cui ognuno di noi si è impegnato sotto giuramento - ha dichiarato Thomas nei panni del moderno Zio Sam -. E dunque considereremo appropriate sanzioni per chi si rifiuta di partire». Tra queste anche l’allontanamento dal servizio estero.
Che cosa sceglieranno i funzionari: il Paese o la famiglia? Le recenti testimonianze del personale civile di ritorno dall’Irak e dall’Afghanistan - colpito da diversi problemi medici e psichiatrici - non agevolano il compito del Dipartimento. Tanto meno le ultime notizie. Secondo la stampa britannica il 20 per cento dei soldati americani e inglesi soffrirebbe di lesioni traumatiche cerebrali, che comportano perdita di memoria, ansia e depressione per effetto dell’onda d’urto provocata dalle esplosioni. Il governo di Londra ha annunciato l’apertura di un’inchiesta, quello di Washington ancora no. Intanto l’ansia si diffonde, anche tra chi non va in prima linea, come i diplomatici del Dipartimento di Stato a rischio Bagdad.
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