Diplomazia creativa

Luca Telese Signore e signori, è nato «il facilitatore»: miracoli della «neo-lingua» prodiana, grazie al nostro beneamato premier il vocabolario nazionale, nell’Italia «dei più buoni», si arricchisce di una nuova parola. Non è - come si potrebbe pensare a prima vista - il nome di un corso della Cepu, e non si tratta nemmeno di un potente lassativo, ma del sogno di un premier. Anzi di più: «il facilitatore» è nato, quando Romano Prodi, dovendo descrivere un ruolo che non esiste nell’attuale crisi internazionale (il suo), ha pensato bene di coniare un nuovo termine, cosa che nel nostro Paese, chissà perché, fa sempre un certo effetto.
A Prodi infatti, non bastava più la parola «mediatore», perché, come dice lui stesso, «Un mediatore ha in mano termini e limiti circostanziati e un quadro di riferimento preciso nell’ambito di un mandato» (e lui non ha né l’uno né l’altro). Però, giustamente, non volendo essere da meno di Silvio Berlusconi, che si era conquistato la scena internazionale con la diplomazia dell’invito, con la saga dell’«amico Putin», con i grandi viaggi in America e cappello da cowboy, ecco che il premier dell’Ulivo si è inventato la diplomazia del «telefono amico»: lui non ha mandato, non ha termini, limiti o potenzialità, ma in ogni caso telefona. Telefona perché siamo il paese dei cellulari, perché «una telefonata allunga la vita», perché sembra di essere nel meraviglioso spot di Aldo Giovanni & Giacomo - un cult - quello in cui Aldo si inventa di aver avuto un bambino, riceve centomila chiamate, si dilunga sui particolari (peso, altezza, salute) per poi rivelare a Giovanni e Giacomo che il figlio non lo ha avuto, e che però - Mìiingghia! - le chiamate di congratulazioni gli ricaricano la scheda (Mitico).
Ecco, nell’Italia dell’Ulivo, questa meravigliosa invenzione semantica, «il facilitatore», è la figura che mancava per mettere in campo la nostra nuova arte, la diplomazia del fantastico, quella per cui nessuno può ragionevolmente credere che Prodi abbia qualche remota possibilità di mettere d’accordo Olmert e Ahmadinejad.
Non puoi farlo, certo, ma intanto ottieni l’effetto che la parola circola, che i giornali devono scriverci su (anche questo articolo, per esempio), che nei tiggì della sera la tua foto va in onda con i grandi della terra: pubblicità. Insomma, «l’avvicinatore» sta ai «mediatori» come il leggendario Gabriele Paolini (l’autoproclamato «profeta del condom») sta alla televisione, come la meravigliosa ministra Giovanna Melandri alla finale della coppa del Mondo: sono sempre «dietro» a una notizia di cui non sono protagonisti, ligi alla massima che se sei nell’inquadratura del servizio qualcuno potrebbe convincersi che eri anche nell’evento. Diceva il maestro Orson Welles: «Quando il titolo è grande, la notizia diventa subito importante». Purtroppo non sempre è così, e «l’avvicinatore» Romano Prodi talvolta sembra Nino Taranto-Achille Scorzella, il protagonista di un indimenticato classico in bianco e nero della commedia all’italiana, È arrivato l’accordatore. In quel film, Taranto recitava la parte di un povero diavolo affamato, che capitato per caso al pranzo di gala di una famiglia di ricconi, pur di mettersi a tavola, faceva credere di essere appunto «l’accordatore», l’atteso tecnico che doveva rimettere a posto le corde del pianoforte della giovane pulzella di casa (Sophia Loren). In quel film Achille Scorzella ne fa di tutti i colori, viene invitato a tavola per evitare che si resti in tredici, arriva a fingersi ambasciatore, ma succede di tutto, e lui non riesce a mangiare mai.
Così, la cosa che ti viene in mente, quando soppesi la splendida leggerezza effimera di quella paroletta a cui Prodi affida i sogni di grandeur della diplomazia mortadellata, è che «il facilitatore» sia una sorta di beffa educativa: al nostro premier che si propone come lubrificante della grande politica mondiale, servirebbe davvero «un mediatore» serio, vecchia scuola, magari anonimo e con un nome incomprensibile (in questi ruoli sono fantastici gli svedesi e gli indiani) che lo aiutasse a trovare un accordo fra i falchi e le colombe della sua stessa coalizione, uno «Scorzella» che riuscisse a trovare l’impossibile quadra fra le intemperanze umorali e il sarcasmo nero di Massimo D’Alema da un lato, la rabbia radicale e le posizioni «senza se» e «senza ma» di Gino Strada dall’altro.
Perché è chiaro che se mai «un facilitatore» riesce a mettere pace nell’Unione, il giorno dopo risolve anche la questione palestinese. E poi gli danno pure il Nobel. Mica «facile».
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