La diplomazia italiana è andata fuori Strada

Caro Granzotto, le serie conseguenze del modo col quale abbiamo risolto il problema «liberazione di Mastrogiacomo» sono state abbondantemente illustrate sui giornali. Per meglio comprenderne le ragioni credo opportuno qualche cenno sulla metodologia negoziale. I principali esperti della materia sostengono che per far fronte alla presa di ostaggi conviene disporre di una attrezzata e funzionante «Unità di Crisi». Deve essere dotata della necessaria autorevolezza. Va preferibilmente ubicata nel ministero degli Esteri. Deve disporre di un suo «braccio locale», preferibilmente l’Ambasciatore, noto a tutte le parti in causa. Noi disponiamo di una «Unità di Crisi» che in più di un’occasione ha dimostrato la sua efficacia. Tuttavia è priva - il solito pressappochismo italiano? - di un «braccio locale» predefinito. Nel caso della Sgrena la trattativa sul posto fu svolta dal compianto Calipari; questi non ritenne necessario dover comunicare anche all’Ambasciata in Bagdad i particolari relativi alla sua andata all’aeroporto. Da qui la sua uccisione e il conseguente contenzioso con gli Stati Uniti. Altrettanto grave il caso Mastrogiacomo. Il compito di condurre la trattativa è stato affidato al dottor Strada che ha chiesto e ottenuto di poter operare e decidere in modo assolutamente autonomo, esautorando così l’Unità di Crisi. Accettando le condizioni del dottor Strada, anziché la via del negoziato il governo ha di fatto scelto quella dell’arbitrato. Il risultato - tragedia dell’autista, mistero sulla sorte dell’interprete e «irritazione» statunitense compresi - sono evidenti a tutti.
È vero che anche la procedura dell’arbitrato rientra fra i metodi negoziali. Ma perché le cose vadano in porto senza alimentare contenziosi diplomatici ed esser fonte di recriminazioni di carattere politico, la condizione primaria è che l’arbitro fornisca garanzie di indipendenza, di neutralità rispetto alle parti. Non è il caso del dottor Strada, noto per la sua opposizione alla presenza di truppe Nato in Afghanistan, per la sua scarsa simpatia nei confronti del Presidente Karzai e per le critiche alla politica di Washington. È stato un errore anche per Strada pretendere il ruolo di arbitro anziché quello di intermediario dell’Unità di Crisi. Era infatti inevitabile che, una volta salvato l’ostaggio, l’amministrazione Karzai manifestasse il suo disappunto, chiamiamolo così, per le modalità dell’arbitrato. La prima avvisaglia si è vista con l’arresto del capo dell’ospedale di Emergency.
Vittorio A. Farinelli

San Terenziano (Perugia)


Con la sua esperienza di diplomatico lei, caro Farinelli, ha dato forma al sospetto - divenuto poi certezza - che affidando a Gino Strada un ruolo di stretta pertinenza del governo, il giulivo Prodi ne stava combinando un’altra delle sue. Grazie a quella mattana l’immagine dell’Italia nel mondo non è mai stata così avvilente. Ma stiamo zitti: sennò capace che testa quedra affidi a Pippo Baudo il compito di dargli una lustratina.