La diplomazia di Rifondazione s’inventa il «lodo della fregata»

La proposta per frenare il dissenso a sinistra: «Serve un segnale, ritiriamo una nave per ridurre il contingente»

Luca Telese

da Roma

Dalla «fregata» alla fregatura - scusate il gioco di parole - il passo è breve. E dunque in queste ore Rifondazione difende il suo accordo con unghie e denti, cerca altri spazi di manovra, combatte lo scavalcamento a sinistra del Pdci (che ha fatto la voce grossa ma che alla fine sosterrà il governo sulla missione) con la «diplomazia del dettaglio».
L’ultima «arma» nella trattativa sul contingente? È appunto la fregata. Ed è per contenere i dissensi annunciati (anche tra loro) che i parlamentari del Prc hanno messo gli occhi - come si fa a battaglia navale - sulla marina. Una delle ideatrici del piano è la deputata Elettra Deiana, vicepresidente della commissione Difesa, esperta di questioni militari del gruppo. Che ora dice: «Il nostro intervento, anche storicamente è articolato in due. Nei residui della partecipazione a Enduring freedom e nel contingente inviato per la missione di peace keeping Aisaf. Nel primo caso, la partecipazione italiana si concretizzò nell’invio di una portaerei, oggi sostituita dalla fregata Euro. A bordo ci sono 240 marinai. Ritirarla sarebbe un gran segnale: si esaurirebbe la parte bellica del nostro intervento, e si ridurrebbe il contingente impegnato. Abbiamo già ottenuto risultati importanti, ma non ci si deve fermare: un altro successo può essere il ritiro degli otto ufficiali in missione nel comando americano a Tampa».
La mossa è stata pensata ingegnosamente: infatti la Euro fa formalmente parte di «Enduring freedom» e attualmente, secondo quanto riferisce il comando della marina, svolge tre funzioni: «1) Operazioni di interdizione e contrasto navale, in particolare nei confronti della leadership di Al-Qaida; 2) Controllo del traffico marittimo; 3) Scorta di unità della coalizione». Aggiunge un altro deputato della commissione Difesa, il trotzkista Salvatore Cannavò: «Io sono pienamente d’accordo con la proposta: è anche mia, l’ho già fatta circolare. Se si dà questo segnale vuol dire che si può discutere davvero». E poi lancia una sua controproposta: «Mandiamole, queste fregate, a pattugliare il mare davanti alla striscia di Gaza con un ruolo da osservatori internazionali!».
Quelle navi, poi, sono strategiche nei piani della coalizione. Come spiega, ancora una volta con chiarezza la Marina, i 240 marinai e la fregata sono lì «in previsione dell’assunzione da parte italiana del Comando del Gruppo Navale denominato Task Force 152 (area del Golfo Persico), nel periodo 28 giugno-dicembre 2006 alla guida del Contrammiraglio Salvatore Ruzittu e con il contributo nazionale dell’unità Rifornitrice “Etna” e del Pattugliatore “Foscari”, quest’ultima, a partire dal 15 maggio 2006 e fino alla fine di giugno 2006, è passata alle dipendenze operative della Task force 152 (a comando statunitense, attualmente imbarcato sulla portaerei “Ronald Reagan”) per consentire un adeguato periodo di ambientamento alle procedure operative di tale Task force».
Insomma un tassello strategico. Ed è per questo, aggiunge la Deiana, «che ritirare le navi sarebbe un segnale simbolico enorme». Il problema è che la Euro non è entrata nella trattativa con il coltello fra i denti che i tre plenipotenziari di Rifondazione, Franco Giordano, Giovanni Russo Spena e Gennaro Migliore, hanno condotto con Massimo D’Alema e Arturo Parisi. Osserva schietto Giovanni Russo Spena: «Noi non siamo gente che mercanteggia. Siamo leali e corretti. Ma il punto più importante dell’accordo è il Comitato permanente di monitoraggio parlamentare». Che però - attenzione - non sarà nel decreto. Specifica Russo Spena: «Da giurista dico: meglio così. Istituzionalmente non ha senso che un comitato parlamentare sia designato da un governo. Invece il Comitato sarà inserito nella mozione parlamentare, e in questo modo, avrebbe poteri veri. La soluzione ideale sarebbe che fosse proprio il Comitato ad avviare una «fase due», da inaugurare con il ritiro della fregata e la chiusura dell’ultimo spezzone di Enduring freedom». Solo ipotesi? «Per nulla - spiega Russo Spena -. Sono gli stessi militari a dire: o ci date più mezzi e armi, oppure stiamo lontani dai teatri di guerra. Quindi, visto che nell’Unione nessuno vuole andare in guerra...».