Diplomazie già scatenate: Sarkozy invita il nuovo leader

Ora che - dopo sei mesi di combattimenti - l'era Gheddafi sta volgendo finalmente al termine, bisogna vedere chi riuscirà meglio degli altri a rimettere insieme i cocci di questa guerra, che posizione prenderà la nuova Libia nello scacchiere mediorientale, chi sarà il più abile nel mettere le mani sulle risorse di idrocarburi del Paese - vitali per il mercato italiano - e chi a fare la parte del leone nell'opera di ricostruzione. Francia e Gran Bretagna hanno collaborato più di tutti con i ribelli, mettendoli con le loro incursioni in condizione di attaccare infine con successo la roccaforte tripolina del Raìs, e sono stati anche i primi a riconoscere il Comitato di transizione come unico legittimo rappresentante della Libia. Soprattutto a Bengasi, dove i rivoluzionari hanno attraversato più di un momento difficile, qualcuno glie ne sarà grato.
Ma, dopo qualche esitazione iniziale, dovuta soprattutto agli eccellenti (e reciprocamente proficui) rapporti stabiliti con la Jamahiria dopo la firma del Trattato di amicizia, anche l'Italia si è allineata, ha partecipato ai bombardamenti e si è distinta per l'invio di aiuti umanitari. Dovrebbe bastare per fare dimenticare gli eccessivi onori riservati al Colonnello in occasione della sua ultima visita a Roma e permetterci, se non proprio di riconquistare la posizione quasi egemonica che avevamo fino all'inizio della rivoluzione, almeno di mantenere le più importanti concessioni di greggio e metano.
Un inconveniente è che mentre francesi e britannici, violando platealmente la risoluzione dell'Onu, sono presenti anche sul terreno con ufficiali di collegamento che potranno svolgere un ruolo importante durante la transizione, non risulta che noi siamo (per ora) in grado di fare altrettanto. Un compito vitale, cui probabilmente staranno partecipando anche commandos americani, sarà di impedire che una parte dei sofisticati armamenti di cui i ribelli sono venuti in possesso saccheggiando i depositi governativi cadano nelle mani della componente islamista e finiscano ai terroristi, che potrebbero utilizzare i missili terra-aria contro aerei civili.
È già successo e potrebbe succedere di nuovo, portando a una conclusione tragica una guerra che comunque ha già suscitato molte perplessità. La sorte di questi armamenti è legata in buona misura alle intenzioni di Gheddafi, cioè se sceglierà di morire nel suo bunker, tentare una tregua in extremis o la fuga all'estero (ammesso che sia ancora possibile, tenuto conto che i ribelli detengono tre dei suoi figli).
Molto dipenderà dalla composizione e dall'atteggiamento del futuro governo, che non potrà essere quella del Comitato di transizione, in cui prevale la rappresentanza della Cirenaica. Ieri il suo capo Mahmoud Jibril, che ha appena ricevuto dal presidente francese Nicolas Sarkozy un invito a recarsi a Parigi, ha tenuto un nobile discorso, promettendo che il nuovo governo si ispirerà ai principi della Rivoluzione francese, égalité, liberté, fraternité. Belle parole, ma tra il dire e il fare c'è spesso di mezzo il mare. Se non vorrà naufragare al primo ostacolo dovrà tenere conto degli orientamenti delle altre tribù (che non tutte hanno ancora voltato le spalle al Raìs). In particolare, si dovrà riconoscere che a conquistare la capitale non sono state le truppe di Bengasi, rimaste bloccate a Brega, ma i guerriglieri berberi calati dalle montagne a sud della Capitale, portatori di una civiltà diversa dagli abitanti della costa e - fin qui - oppressa.
Per giustificare l'intervento militare, che ha già fatto centinaia di vittime proprio tra coloro che doveva proteggere, è auspicabile che la Libia riesca a portare avanti la sua "rivoluzione democratica" meglio di quanto siano riusciti a fare tunisini e soprattutto egiziani, che un nuovo dispotismo non si sostituisca a quello gheddafiano e soprattutto che le tribù, schierate spesso su fronti opposti nella guerra civile, non si mettano a combattersi tra loro. L'idea di Stato nazionale non è molto diffusa sulla Quarta sponda e il concetto di partito, come noi lo intendiamo, è del tutto estraneo ai libici.