Dire che Santoro fa «killeraggio politico» non è reato


Ci sono voluti più di due anni, dallo scontro in diretta a Ballarò, in cui il deputato azzurro Paolo Romani coniò un’espressione poi entrata nel frasario politico per definire il giornalismo militante di Michele Santoro in Rai durante la campagna elettorale del 2001: «killeraggio politico». Adesso il tribunale dà ragione all’onorevole: dire che Santoro fa «killeraggio politico» non è reato. E dire che la sua è militanza televisiva, legittimo.
Il giudice Maurizio Durante, del Tribunale di Roma, ha rigettato la denuncia di diffamazione avanzata da Michele Santoro contro il parlamentare forzista. Primo: perché esiste il diritto di critica «con funzione prevalentemente di valutazione, nei confronti di un personaggio di rilievo pubblico», e non è dunque un attacco personale diretto a colpire «su un piano individuale la figura morale del soggetto criticato». In questo caso, cioè, l’accusa «ha una finalità di pubblico interesse». Secondo: perché «le parti militano su opposte posizioni politiche», cioè il deputato di Forza Italia e il giornalista di parte. E nella dialettica tra gli opposti, in politica, l’invettiva anche violenta è parte stessa del contenuto.
Terzo: perché in definitiva l’onorevole Romani non ha fatto altro che usare gli stessi toni del giornalista, la cui «aperta posizione politica» il giudice registra limpidamente: «È evidente - scrive il magistrato Maurizio Durante - che il termine killeraggio collegato al termine “politico” non va usato nello specifico senso definito dal vocabolario Zingarelli, ma nel più generico senso di critica forte ed aggressiva usata dall’attore (Michele Santoro, ndr) nei propri programmi televisivi come corrispondente alla sua legittima e aperta posizione politica». In sostanza, il magistrato riconosce che «l’aggressività» con cui Santoro ha orchestrato i suoi Sciuscià anti-governo è stata ripagata con la stessa moneta. Partita chiusa. Risultato: il conduttore, che a Romani aveva chiesto un risarcimento di un miliardo di lire, perde la causa con anche le spese processuali a suo carico (8500 euro).
L’ex «sciuscià» Michele Santoro, diventato nel 2004 eurodeputato Ds, e ora in attesa del reintegro Rai dopo le dimissioni da Strasburgo, aveva querelato Romani dopo un’infuocata puntata di Ballarò su informazione e tv, ai primi di dicembre del 2003. Romani, ospite di Floris a Rai Tre, parla di «operazioni di killeraggio politico» da parte di Santoro contro l’opposizione di centrodestra e il suo leader Berlusconi. Il telespettatore Michele Santoro prende la cornetta in mano e telefona in studio, «gravemente offeso» dalle parole del deputato, per rispondere all’accusa. «Ripeti quello che hai detto se hai il coraggio». Romani ripete: «I suoi programmi sono stati un’operazione di killeraggio politico». Santoro carica il fucile, «i giornalisti si sono limitati a fare il loro dovere», ma prima di sparare per davvero chiede a Romani di rinunciare all’immunità parlamentare. Romani risponde che rinuncia all’immunità e invita il giornalista a un pubblico dibattito. Ma qui Santoro cambia idea, il dibattito non sarà in uno studio tv ma in un’aula di tribunale.
E così è stato, fino alla sentenza del 7 gennaio 2006. Esulta il sottosegretario alle Comunicazioni: «Un giudice, che di Rai non si è mai occupato, riconosce che Santoro è un militante politico. E che nei suoi confronti, come è giusto che sia, parlare di killeraggio politico rientra nel diritto di critica per un avversario» dice Paolo Romani. E pensa: e se lo dice un magistrato...
Paolo Bracalini