Dire "vaffa..." non è più un'offesa

Lo ha stabilito la Cassazione, annullando una sentenza inflitta dalla Corte di appello a un consigliere comunale abruzzese che aveva rivolto l'insulto a un collega. Ma non più offensivo, l'importante è che sia detta a un "pari"

Roma - Addio bon ton nelle riunioni politiche. Non rischia una condanna per ingiuria chi prende a parolacce un avversario durante una tavola rotonda. È quanto affermato dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza 27966 del 13 luglio 2007, ha annullato senza rinvio la condanna inflitta dalla Corte di appello de L’Aquila, a un consigliere comunale che, durante un incontro politico, aveva detto a un collega del Partito comunista: "Vaffa...", in risposta alla sua affermazione secondo cui "ci si deve vergognare di essere comunisti". Contro questa decisione, che aveva riformato quella di primo grado (infatti il tribunale monocratico di Giulianova aveva assolto il consigliere dall’imputazione di ingiuria) l’uomo ha fatto ricorso ai giudici del "Palazzaccio" e lo ha vinto in pieno.

Parole diventate di uso comune In particolare secondo la V sezione penale "vi sono talune parole e anche frasi che, pur rappresentative di concetti osceni o a carattere sessuale, sono diventate di uso comune ed hanno perso il loro carattere offensivo, prendendo il posto nel linguaggio corrente di altre aventi significato diverso, le quali invece vengono sempre meno utilizzate; un simile fenomeno - precisa ancora il Collegio - si è verificato rispetto a numerose locuzioni, quali ad esempio: "me ne fotto" in luogo di "non mi interessa"; "è un gran casino" in luogo di "è una situazione disordinata" e la frase oggetto dell’imputazione, "vaffa..." che viene frequentemente impiegata per dire non infastidirmi, non voglio prenderti in considerazione ovvero "lasciami in pace". Ma non finisce qui.

La Suprema corte ha anche precisato che parole di questo tipo sono tollerate qualora vengano scambiate fra pari. Infatti, nel caso in esame la parole incriminata fu pronunciata da un consigliere nei confronti di un altro, e di rimando ad una frase di costui evocativa di errori passati del comunismo, ma del tutto qualunquistica, ossia privo di serio esame di consapevole critica con riguardo al presente: ne consegue che la condotta verbale dell’imputato rappresentò una maleducata e volgare manifestazione di insofferenza, ma non fu tale da offendere l’onore e il decoro dell’interlocutore ai sensi dell’articolo 594 del Codice penale (ingiuria).