"Direi di tutto per uscire di cella". E Ricucci parlò di aiuti bipartisan

Da Prodi a Letta a Berlusconi: così raccontò ai Pm il «via libera» alla scalata Rcs

Milano - «Io sto qua dentro da trentotto giorni. ...Io gli dico tutto. Trentotto giorni... per me sono trentott’anni, trentott’anni di vita: e lei non si rende conto di cosa significa stare dentro il carcere. Io gli direi pure l’inverosimile». È il 24 maggio 2006 e Stefano Ricucci parla con i Pm di Roma che indagano sulle tre scalate: Unipol, Antonveneta, Rcs. Ricucci è stremato e vuole uscire. Racconta, spiega, collega. Qualche volta si sporge un po’ troppo su affari più grandi di lui, qualche volta abbellisce con effetti speciali le sue ambientazioni così ruspanti, qualche volta il dettaglio prende il sopravvento. Risultato: i fuochi d’artificio dei verbali illuminano solo a tratti un cielo che resta nebuloso.
La telefonata con Letta
Estate 2005. Ricucci ha messo via un pacchetto di azioni Rcs pari al 15 per cento del capitale. E continua a salire. Ma il patto di sindacato che guida l’azienda editoriale si è chiuso con una superblindatura. Ricucci comincia a intuire che quel pacco di azioni sta diventando piombo sulla sua schiena, fino a schiacciarlo, e prova ad aprire due strade parallele. La prima passa per l’entourage berlusconiano e punta dritta sui francesi di Lagardère: «Fu Lagardère a contattarmi, attraverso Alejandro Agag... che stava nel Partito popolare europeo». In mezzo c’è Letta. E c’è Ubaldo Livolsi, fedelissimo del Cavaliere. Anzi, dai verbali depositati dalla Procura di Roma si intuisce che è stato Livolsi a fare da tramite. «Che cosa fa Livolsi? Chiama Letta, Gianni Letta, per farsi accreditare questa operazione». Attenzione: naturalmente Ricucci non stringe la mano di Letta, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Più artigianalmente, Livolsi va a Roma e glielo passa al telefono: «Andò dal dottor Letta, me lo passò al telefono, e questo era ai primi di giugno, metà giugno e il dottor Letta mi disse: “Mi sembra che sia una strada buona, assolutamente di prestigio, questa operazione, perché mi sembra, se lei la vuole portare avanti la porti. Mi sembra una cosa percorribile e in più le posso fare... le posso chiamare anche il mio omologo francese, il mio... cioè il Letta francese per dare a voi, come azienda, un accredito”». Che peso dare a queste conversazioni? Certo, l’ipotesi accarezzata un anno fa dai Pm di Ricucci prestanome o burattino nelle mani di Berlusconi si è persa per strada.
L’incontro con Berlusconi
Ricucci mette a verbale anche un meeting col Cavaliere, ma anche qua il quadretto consegnato ai magistrati dall’immobiliarista parla da solo: «L’unica volta l’ho incontrato il 22 giugno 2005 all’inaugurazione dell’auditorium della Confcommercio... Ci appartammo in sette od otto persone in foresteria. C’era Billè, io, Carletto Sangalli l’attuale presidente di Confcommercio... E quindi mi parlò, Berlusconi mi fece la battuta, mi ricordo ancora adesso». Una battuta fondamentale: «Lo sa - queste le parole del Cavaliere - perché ce l’hanno tutti con lei? Perché io e lei ci accomuna una cosa, ci piacciono a tutti e due le belle donne». Tutto qua? «Io - prosegue Ricucci - tante volte cercai. Guardi, io Berlusconi non l’ho mai votato, io ho sempre votato... comunque Berlusconi, lo stimo come imprenditore, come politico per me non vale niente, quindi. Però, voglio dire, finché il presidente del Consiglio è presidente del Consiglio». In verità, nella deposizione del 5 giugno, Ricucci aggiunge qualcosa: «Berlusconi mi disse: “Be’, poi so che lei sta andando avanti su quella trattativa, me l’ha detto il dottor Letta, ha detto mi sembra una cosa buona”».
Il segreto con Rossi e Irti
Il punto è che Ricucci apre un secondo fronte, cerca un contatto con Natalino Irti e Guido Rossi: «Io non avevo detto nulla né a Lagardère, né a Livolsi, che io avevo contestualmente iniziato anche un’altra operazione che era quella di vendere la quota al patto e tenermi il 4-5 per cento ed entrare nel patto». Obiettivo lunare, dopo aver sfidato il salotto buono: «Questa cosa io l’avevo tenuta segreta, tant’è che c’era un patto di riservatezza molto forte che aveva fatto il professor Irti con il professor Rossi e quant’altro».
Il caos
La situazione sembra però sfuggire di mano allo scalatore, o almeno questa è la versione che il marito di Anna Falchi accredita nei verbali: «Letta mi disse di parlarne anche a Tarak Ben Ammar, quando il dottor Arnaud Lagardère parlò con Fiat... Montezemolo ed Elkann e contestualmente c’era la trattativa aperta con Rossi e Irti queste cose... crearono degli scontri fortissimi, ecco perché è successo questo caos. Tutto questo è successo fra giugno e luglio...» La vicenda è sempre più ingarbugliata: «Io immagino che il dottor Lagardère l’avrà detto: “Io ho ricevuto una telefonata dal dottor Letta tramite l’omologo del... il sottosegretario alla presidenza di Chirac”, quindi si è creato questo caos».
Contatti con Prodi e Rovati
«Io cercai anche il professor Prodi attraverso Angelo Rovati che è un mio amico... Angelo Rovati mi ha chiesto tant’è che una volta venne in ufficio da me Angelo Rovati con il dottor Costamagna che è notoriamente un prodiano, ma il professor Irti stesso, lo stesso Irti è il consulente di Prodi, tant’è che l’8 luglio mi chiamò Prodi... Dottor Cascini - conclude Ricucci - se uno deve andare, se uno vuole entrare in Rcs deve avere dei consensi politici, ma questo a destra e sinistra». Lui li cercherà freneticamente, ma la scalata naufragherà, e Ricucci rimarrà con quel costosissimo cerino in mano.
È un sistema moggiano

«Dottor Cascini, mo’ le spiego: per appoggiare l’operazione Antonveneta, dentro Bpi (Banca popolare italiana di Fiorani), c’era Carige, Popolare di Vicenza, Deutsche, Dresner, Unipol e Popolare dell’Emilia. Al centro Fiorani e Gnutti, non so se mi spiego... Sono soci di fatto Fiorani e Gnutti, come Coppola, Zunino, Banca Intermobiliare, soci di fatto. È un sistema moggiano».
Unipol è uguale
«Ora guardate Unipol - aggiunge Ricucci -. È uguale. Carige, Banca popolare dell’Emilia Romagna, Banca popolare di Vicenza... Fiorani era l’elemento di trait d’union fra Banca d’Italia e Unipol, la persona di fiducia per Antonveneta, la persona di fiducia del Governatore, ma l’altra persona di fiducia di Fazio era l’ingegner Caltagirone». Francesco Gaetano Caltagirone, editore e capofila del contropatto dei cosiddetti immobiliaristi - fra cui anche Ricucci e l’Udc Vito Bonsignore -, titolari di un robusto pacchetto del 27 per cento delle azioni Bnl, decisivo nella guerra fra l’Unipol di Giovanni Consorte e gli spagnoli di Bbva.
Via Barberini, Roma. Dal 14 luglio 2005 quelli del contropatto trattano con Giovani Consorte e il suo vice Ivano Sacchetti: «Dottò, chi parlava con la Banca d’Italia con il Governatore (Fazio), chi con Francesco Frasca (capo della vigilanza), quell’altro parlava con Fassino, quell’altro parlava con... Era tutto un “Ciao Piero”... “Ciao Massimo”...».
Il contropatto vende a Unipol. Il pirotecnico Ricucci fa le sue considerazioni politiche, immagina uno scenario: «Che Unipol avesse avvertito prima e dopo e durante Fassino e D’Alema o quant’altro è pure giusto, ma che Caltagirone è il suocero di Casini e non l’avverte? Scusa eh... parlavano al telefono sempre lì, davanti a me». Di più, nelle carte non c’è. C’è solo la supplica di Ricucci ai Pm: «Quando mi rimandate a casa? Che posso inquinare? Manco il Tevere posso più inquinare».