Il direttore di «Oggi» accusato di aver ricettato delle foto

da Roma

Accusato di ricettazione. Pino Belleri, direttore di Oggi è stato indagato dalla Procura di Roma perché avrebbe comprato una serie di fotografie “priva\te” di Anna Falchi fatte dal marito Stefano Ricucci. L’indagine, svolta dal pm Giuseppe Cascini, coinvolge anche il responsabile dell’agenzia fotografica «Master» di Milano, che acquistò le foto dalla segretaria di Ricucci, Samanta Curcio. La Curcio è stata accusata di frode informatica mentre per Belleri e il responsabile dell’agenzia fotografica «Master» gli atti sono stati inviati per competenza alla Procura di Milano che dovrà decidere se mantenere o meno l’ipotesi di reato. Proprio quelle foto, “copiate” dalla memoria del computer e mai pubblicate, secondo la ricostruzione del pm Cascini, diventarono oggetto di una controversia tra la Falchi, che affermò pubblicamente di essere stata ricattata da Belleri, e lo stesso direttore che, in un editoriale, le diede della bugiarda, sostenendo che era stata la show girl a pretendere 50mila euro per la concessione di un’intervista. L’indagine partita da Potenza con il pm Woodcock è poi passata a Roma. In questo procedimento Ricucci e la moglie sono parti offese.
Ma le grane per Belleri non finiscono qui. Ieri il Garante per la Privacy, Francesco Pizzetti ha annunciato di voler chiudere «il più rapidamente possibile» l’istruttoria avviata sulla pubblicazione sul settimanale Oggi di alcune foto del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Foto che ritraevano l’ex premier nel parco della sua villa in Sardegna. Pizzetti lo ha precisato in Senato davanti alla commissione Affari Costituzionali dove ha anche annunciato che nel pomeriggio di ieri sarebbero stati ascoltati i legali delle parti interessate. «C’è l’impegno del Garante ad accelerare l’istruttoria per arrivare rapidamente a una conclusione definitiva», ha garantito Pizzetti, che ha ricordato pure come fosse subito risultato che le foto erano state realizzate contro il principio «che impedisce la violazione del domicilio nell’esercizio della libertà di informazione», visto che «il fotografo stesso ha ammesso di aver usato il teleobiettivo».