Direttore di «Sos usura» nella truffa da 40 milioni

Nel mirino dei Pm una società che reclutava e pagava alcuni prestanome inconsapevoli

Paola Fucilieri

Solo negli ultimi 5 anni sono riusciti a truffare alcune agenzie di tredici tra le banche più note d’Italia, ottenendo - grazie a un meccanismo quasi perfetto di prestanome ben addestrati, documentazioni e perizie immobiliari fasulle, nonchè l’appoggio a un catasto fittizio - mutui per un totale di circa 40 milioni di euro, usati per concludere 430 contratti di compravendita di abitazioni (250 quelle sequestrate finora, ndr). Un sistema complesso ma sicuramente non privo dell’ingegno e del rigore necessari ai grandi sodalizi criminali quello messo a punto e fatto funzionare da una grossa banda che agiva tra Lombardia, Piemonte, Liguria e Sardegna. I suoi «variegati» componenti (23 uomini e due donne, di età variabili tra i 76 e i 34 anni) ora sono tutti indagati con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, al riciclaggio di denaro, al trasferimento fraudolento di valori e al reimpiego dei beni di produzione illecita. Tra loro figurano persone nullatenenti e facilmente manovrabili, ma anche ingegneri e architetti professionisti, bancari, tecnici e periti di vario genere e importanza, in particolare geometri.
Tra tutti, però, l’indagato più clamoroso è sicuramente il direttore operativo dell’associazione milanese «Sos Usura» di via Dogana, Ivano Gallina. Secondo quanto si legge nel testo dell’avviso di conclusione delle indagini depositato in Procura a Milano, l’uomo - un 44enne milanese che, dal 2003, a Parabiago, si era fatto portavoce del Comitato delle vittime della truffa immobiliare proprio per conto di «Sos Usura» - altri non è che uno dei membri più attivi della banda. Gallina, 53 anni, milanese, insieme a tre altri complici «fissi» - il legnanese Pasquale Rienzi, e i calabresi Francesco Posca e Gaetano Maiolino - aiutava i capi dell’organizzazione, la coppia formata da Emanuela Viadana, 46 anni, di Lainate e dal trentanovenne legnanese Alfredo Venegoni, a organizzare le truffe. L’indagine - il cui filone è stato scoperto e sventato dagli investigatori del comando provinciale della Guardia di Finanza, diretto dal colonnello Michele Carbone - è durata tre anni: una sorta di torta a strati che sembrava non finire mai.
Venegoni e Emanuela Viadana (l’altra donna coinvolta nella truffa è la sorella minore Barbara, 34 anni) altri non sono che i vertici dell’Srl «Immobiliare due», un’agenzia di compravendita di abitazioni con sede a Parabiago che nel tempo ha poi cambiato denominazione e ragione sociale. La coppia, in modo da ottenere il denaro dei mutui, attraverso una rete di procacciatori di «materiale umano» (tra i quali Maiolino, che aveva il compito specifico di curare i rapporti con gli istituti di credito) ha coinvolto nella megatruffa coloro che sarebbero diventati poi, ma solo sulla carta, i compratori degli immobili; in realtà prestanome utilizzati anche diverse volte, soggetti privi di mezzi economici adeguati a contrarre cospicui debiti con istituti bancari.
I capi dell’organizzazione e i loro complici partecipavano alle trattative di compravendita immobiliare e di tutte le pratiche necessarie all’erogazione del mutuo bancario. Intanto sottoponevano (anche grazie a dipendenti compiacenti della Banca Regionale Europea o della Banca Sella) agli istituti di credito false documentazioni sulle capacità economiche degli intestatari del mutuo stime degli immobili gonfiate da periti di comodo. Una volta ottenuto il denaro del mutuo, la coppia della «Immobiliare due» liquidava i prestanome con mille, al massimo 1.500 euro, illudendoli che, alla fine, si sarebbero ritrovati proprietari dell’immobile «acquistato».
Sono stati proprio alcuni di questi prestanome, infatti, a far scattare le indagini tre anni fa, denunciando alla Guardia di Finanza di Legnano di essere rimasti vittime di sporchi raggiri. Le banche, infatti, quando le rate del mutuo non venivano pagate, si mettevano a perseguitare questi signori e fu così che nel 2003 la magistratura dispose il sequestro dei primi 42 immobili. Chi, anziché denunciare, si rivolgeva direttamente all’«Immobiliare due» per chiedere lumi, veniva avviluppato in un ulteriore, duplice inganno: i vertici della banda lo inducevano a cedere le loro proprietà, per cifre irrisorie, a dei soci accomandanti che, a loro dire, si sarebbero accollati anche il debito. Le banche, però, non hanno mai riconosciuto queste cessioni.