«In direzione ostinata e contraria» è la summa di De André

Esce un cofanetto di tre cd con 54 brani e un inedito col figlio Cristiano

Cesare G. Romana

da Milano

Racconta Cristiano De André: «L’unica canzone che ho scritto con mio padre, nacque durante una cena a casa sua. Avevo inventato una musica, gliela feci ascoltare, gli piacque e mi disse di registrargliela. La mattina dopo, alle sei meno un quarto, suonò il telefono. Era papà: "Ho scritto il testo, vieni subito", intimò. Si era ispirato a un amico sardo, un poeta morto di Aids. Poi presentai quel brano a Sanremo, ma fu scartato: ovvio, la tragedia dell’Aids è tra quelle che tutti tendiamo a dimenticare». Il brano s’intitola infatti Cose che dimentico, ed esce ora dal limbo degli inediti nella versione a due voci di padre e figlio, gemma preziosa nel ricco collier di In direzione ostinata e contraria: cinquantaquattro canzoni in tre cidì, la più vasta raccolta mai dedicata al più grande tra i nostri autori di canzoni. Cantano, Fabrizio e Cristiano, in Cose che dimentico: «Qui nel reparto intoccabili/ dove la vita ci sembra enorme/ perché non cerca più e non chiede/ perché non crede più e non dorme/ qui nel girone invisibili/ per un capriccio del cielo/ viviamo come destini».
Alla presentazione - in un salone del Museo della scienza convertito in buffet, con i cibi umili e saporosi della cucina ligure - c’era tantissima gente, e tanti bei nomi: «Del resto - ha detto Dori Ghezzi, felice e commossa - a Fabrizio gli riesce sempre, il miracolo di tenerci tutti uniti». Ecco dunque Fernanda Pivano, Aldo Grasso, Michele Serra, Fabio Fazio, Guido Harari, Pepi Morgia, discografici e il Gotha della critica al completo. E perfino Nina, l’amica d’infanzia che ispirò Ho visto Nina volare. Venuta per ricordare l’amicizia nata nelle campagne vicino ad Asti, c’era la guerra: «Fabrizio mi metteva sull’altalena e mi faceva davvero volare, giocavamo nei prati, alla Fontana delle salamandre, alla Cascina del vento. Se lo facevo arrabbiare diceva: "Non ti sposo più". Nel ’97 venne a rivedere tutti i posti della nostra infanzia, promise di tornare ma la vita non l’ha permesso».
Interviene Nanda Pivano: «Ho nel cuore quella voce che incantava anche gli angeli. Bastava che ti dicesse buongiorno, ed era come sentire un sogno ultraterreno. E ricordo le nostre discussioni: "È vero - gli chiedevo - che per essere anarchici bisogna essere buoni?". E poi certe partite a scopa, lui non sopportava di perdere». Si viaggia così tra la memoria e il presente, «perché Fabrizio resta vivo - dice Fazio -, ad ogni riascolto si rinnova la sorpresa: quel piacere modernissimo dell’essenzialità, dove ogni parola o respiro ti riporta all’essenza pura delle cose. Quel non smettere mai di insegnarci la pietà». E Aldo Grasso, che del cofanetto ha scritto la toccante prefazione, fa eco: «Non ho nostalgia di lui, perché lo riascolto e ci trovo sempre qualcosa di nuovo. E sì che la sua voce mi accompagna dall’adolescenza, è "la voce": quella che mette in forma il magma informe della vita e quando la incontri ti segue per sempre. Mai estranea a quello che racconta, sempre etica».
Emozionante, dunque, questo triplo cidì che dai primi anni ’60 arriva al ’96, con brani famosi e altri pressoché inediti (Titti, ispirata da Dona Flor di Jorge Amado, e Una storia sbagliata, dedicata a Pasolini, Geordie cantata con la figlia Luvi), demasterizzati da Antonio Baglio per recuperarne l’aroma originario. E curato da Dori con l’aiuto di Gian Piero Reverberi, il grande musicista che arrangiò sei album di Fabrizio e ora comprime l’emozione in una metafora: «Quando l’ho conosciuto coltivava fiori in un suo piccolo giardino. Io lo aiutavo, concimandoli. Poi si ritrovò a progettare parchi, statue, fontane che mi lasciano, certo, stupito e ammirato. Ma quando risento il profumo di uno di quei piccoli fiori, mi avvicino e piango».