Dirige e nobilita le bande del Ravenna Festival

da Ravenna

Prima ha lanciato appelli. Poi ha fatto una promessa: mantenuta. La promessa di dedicare a una banda di Reggio Calabria un concerto del Ravenna Festival. Ieri sera, nell’Auditorium (il PalaMauro De André) che ha ospitato complessi come la New York Philharmonic o i Wiener Philharmoniker, Riccardo Muti ha diretto la banda di Delianuova, località di tremila anime dell’Aspromonte. Muti ha aperto e chiuso il programma con la trascrizione della Sinfonia da Norma e da Nabucco, lasciando ai due direttori stabili, Maurizio Managò e Gaetano Pisano, il cuore della serata e la collana di brani scritti appositamente per banda. Il concerto si è infine allargato ai bandisti di altri complessi, seduti in tribuna, e che con strumenti alla mano hanno fatto tutt’uno con i ragazzi di Delianuova.
Un appuntamento simbolico quello di ieri. Per varie ragioni. Prima cosa, l’intento è quello di risvegliare l’interesse attorno al fenomeno delle bande, «un patrimonio nazionale da salvare. L’Italia ha creato queste realtà e ora rischia di vedersele scomparire. Sarebbe un delitto culturale», lamenta Muti. Che conduce la sua battaglia in concreto, dal podio, ma spendendo anche parole con chi di dovere. Ha sollevato il problema nell’era Rutelli e ora l’ha rilanciato al ministro Bondi, «entrambi mi sono sembrati sensibili alla cosa», confida Muti. Lui, innamorato delle bande lo è da sempre e ci svela di aver accolto la cittadinanza onoraria di Besana Brianza, sede di un importante festival internazionale di bande. Inizialmente, a dire il vero, ha fatto di necessità virtù, «sono cresciuto ascoltando le bande di paese, seguii il primo concerto di un’orchestra a sedici anni portato da Nino Rota. Vi sono aree d’Italia che non hanno orchestre ed è proprio qui che le bande assumono un ruolo di rilievo per la diffusione della musica».
Un impegno artistico, ma anche sociale quello della banda. S’è tanto osannato il sistema di istruzione musicale venezuelano (di Abreu), il progetto di orchestre che strappano i ragazzi dai barrios e dalle strade sudamericane consegnandoli alla musica. Tanto nella Sicilia di Bellini, autore di Norma, quanto nell’Emilia Romagna di Verdi, autore di Nabucco, i barrios non ci sono, ma è pur vero che le bande assolvono comunque il compito di formazione culturale e quindi umana, sono insomma un formidabile contenitore sociale. «Fare musica vuol dire rispettare l’altro e le regole. Il nostro motto è “chi fa musica non delinque”», ci spiegano i due giovani direttore calabresi che stanno crescendo la realtà di Delianuova dal 2001. Sono loro a seguire settimanalmente gli 84 ragazzi, fra gli 8 e i 20 anni, 20 dei quali studenti di Conservatorio.
Delianuova dimostra poi, ancora Muti, «che il sentimento non conosce razze e religioni. Si parla della Calabria quasi sempre in termini negativi, ma questo complesso chiarisce che non sempre è così».
Altro chiarimento. «Nabucco rimane Nabucco e Norma permane Norma, sia che ad eseguirli sia la Chicago Symphony o la banda di Delianuova», ancora Muti che dal 2010 sarà direttore stabile della Chicago. Perché la sua non è stata la comparsata del sabato sera, il tocco d’immagine del direttore con blasone che promuove un progetto originale, socialmente utile. Muti ha preso i ragazzi e ha lavorato a fondo la mattinata, radiografando le due partiture con ragazzi trattati alla stregua di professori d’orchestra. Un riscatto delle bande d’Italia. Un riscatto della Calabria. Un riscatto della figura dell’insegnante che, quando è veramente tale, plasma menti e animi di adolescenti: non solo bulli, dunque.