Dirigente ucciso: lo hanno picchiato i giocatori

No, non è stata la paura, il cuore matto impazzito che si spacca in due o una sottile venetta del cervello rotta dalla tensione. No, ad uccidere Ermanno Licursi, sono state le botte. C’erano anche dei giocatori a picchiare questo dirigente di una semisconosciuta squadretta dilettantistica che cercava solo di riportare la pace a fine partita. Un scontro cominciato da un paio di calciatori, ben presto trasformatosi in rissa con tanto di tifosi a menar le mani in campo. «Emorragia cerebrale conseguente al trauma», il primo verdetto del medico legale. L’autopsia dovrà confermarne la correttezza.
Morire in un campo di calcio di periferia a quarant’anni, mentre il mondo del pallone business, quello che si gioca alle scommesse e fa guadagnare tanti soldi, si domanda ancora, retoricamente, perché gli stadi siano sempre più deserti. Eccolo il perché. O almeno uno dei perché. Non è più gioco quando si muore. O anche quando solo il divertimento è violenza.
Per i carabinieri è già tutto chiaro. Loro, che il pallone dovrebbero guardarlo come un qualunque cittadino da spettatori, avrebbero già identificato sia gli autori dell'aggressione, cinque o sei, sia il resto dei partecipanti alla rissa, in tutto una ventina di persone. Tra questi alcuni ragazzi della Cancellese, la squadra di casa sconfitta 2-1 al Luzzi di Cosenza dalla Sammartinese, il club di cui la vittima era accompagnatore.
Campionato di terza categoria, sgambettano giovani di belle speranze e qualche anziano senza più sogni. Non c’è nulla in palio qui che valga la pena nemmeno di un battibecco. Al massimo si vince un premio partita da qualche decina di euro. «Hanno voluto uccidere una persona per una partita di calcio. È assurdo che accadano di questi episodi. Ora i figli dovranno crescere da soli», si sfoga in lacrime Maria Grazia, la sorella di Licursi. Secondo gli investigatori anche qualcuno dei calciatori squalificati della Cancellese (forse in tre), avrebbero partecipato al pestaggio. A calci in faccia. E sono ora indagati per omicidio, il loro campionato è finito con quello della loro squadra: si è ritirata. Loro, secondo i militari, si trovavano all'esterno dello stadio di Luzzi, dove avrebbero assistito alla partita di calcio, ma che al fischio finale si sarebbero materializzati in campo tra i tifosi partecipando alla rissa.
Sulla tragedia indaga anche l'Ufficio Indagini della Federcalcio. In primo piano vi sono infatti le responsabilità penali sulle quali stanno indagando le autorità giudiziarie; ma gli investigatori federali guidati da Francesco Borrelli dovranno accertare, soprattutto a seguito dell'inchiesta giudiziaria, eventuali coinvolgimenti e responsabilità di tesserati federali. La procura di Cosenza intanto ha già svolto decine di interrogatori. Le persone iscritte nel registro degli indagati per aver partecipato attivamente alla rissa sarebbero almeno cinque, e tra queste quelle che hanno colpito Licursi a calci in faccia. Agli scontri, invece, avrebbero partecipato almeno una ventina tra calciatori, tifosi e dirigenti delle due squadre. E mentre la Lega Nazionale dilettanti ha deciso di sospendere tutti i campionati di calcio in Calabria, dall'eccellenza alla terza categoria, sul caso interviene pure il ministro delle Politiche giovanili e Attività sportive Giovanna Melandri.
«Gli episodi di violenza legati alle competizioni sportive sono sempre intollerabili ma quello che è successo ieri negli spogliatoi del campo di Luzzi è di una gravità inaudita. Il dramma di questa morte esige l'immediata reazione di tutti coloro che vivono lo sport in modo differente, come sana competizione e rispetto assoluto dell'avversario. Mi auguro che la giustizia ordinaria ma anche quella sportiva facciano chiarezza rapidamente».
Non basta la chiarezza. Ci sono già troppe lapidi negli stadi.