Diritto di cronaca falso idolo del nostro tempo

Bruno Fasani

Forse è arrivato il momento di chiedersi se il diritto di cronaca non stia diventando l'idolo del nostro tempo, una sorta di dea Kalì, cui sacrificare la dimensione più intima delle creature, i loro sentimenti, il senso più profondo del vivere. Due notizie, date in questi giorni, obbligano ad un ragionamento in questa direzione. La prima è un filmato sui carabinieri caduti a Nassirya, girato da un amatore presente al momento dell'attentato. Scene drammatiche, servite in televisione, in cui sono presentati i corpi dei militari colpiti, mentre vengono tolti dal carro armato appena centrato. Corpi bruciati, scaricati dalla bara di fuoco in cui sono intrappolati come sacchi inermi. Non senza ipocrisia, il commentatore ci informa che le scene più brutali sono state censurate. Chapeau!
La seconda notizia riguarda Jennifer, la giovane ventenne veneziana, uccisa con il suo bimbo in grembo. Anche qui la cronaca non s'è messa a dieta. Dopo l'esito dell'autopsia, giornali e Tg ci hanno servito per giorni e giorni la carta dei dettagli, come in un menu dell'orrore, raccontandoci che la ragazza è stata sepolta viva, che nei polmoni aveva tanto fango, che il bambino è morto per asfissia. Poi, come in un crescendo rossiniano, il Gazzettino pubblica in prima pagina la foto di Hevan, il piccolo che l'Erode di turno ha voluto far fuori con la madre. Serve a far capire che sono state uccise due persone, si giustifica il direttore del quotidiano. Un argomento a rischio, che potrebbe far da preludio alla pubblicazione di un feto abortito o di qualche bambino olandese su cui sia stata applicata l'eutanasia. Oltre le polemiche possibili, sulla scena rimangono domande che attendono risposta. Com'è possibile consentire alla cronaca il diritto di un linguaggio così cinico, separando la brutalità dei fatti dalle ricadute umane con cui essi si intrecciano?
Dietro una vicenda drammatica stanno i sentimenti delle famiglie coinvolte, l'intimità indifesa delle vittime e il pudore che esse reclamano, il senso sacrale della vita, il rispetto per i minori, la pesante ricaduta educativa o diseducativa di chi fa informazione. La cronaca ha un linguaggio ma, soprattutto, un metalinguaggio, un profondo non detto. Fermarsi alla soglia dell'esibizione emotiva e spettacolare, senza pesare ciò che sta oltre, è un'operazione oscena, che espropria i fatti della loro dimensione più intima ed umana. Tutto è ridotto ad accadimento, a puro fenomeno, come se lo specifico delle creature, la loro «anima», fosse un di più senza rilevanza. Oggi ci si ammazza come le mosche, recita rassegnata la gente. Nelle case degli italiani, c'è di media un omicidio ogni due giorni, senza contare i bambini buttati via come spazzatura. Quanto pesa, in questa devastante cultura che avanza, la schizofrenia morale che separa i fatti dal loro linguaggio umano? Una seconda domanda porta a chiederci a chi spetti il compito di rimettere in piedi una giusta gerarchia di valori. Perché è evidente che quando i «produttori di senso», come potevano essere la famiglia, la politica, le religioni, entrano in crisi, è tutta la società che entra in crisi, se non intervengono alcuni mondi vitali a creare un adeguato ricambio. I media, in questo senso, sarebbero uno strumento privilegiato, dal potenziale senza misura. Purtroppo l'orizzonte in cui si muovono, quasi sempre finisce per privilegiare la finalizzazione economica, piuttosto che la ricaduta etica di una notizia data. E così anche l'informazione rischia di trasformarsi in un mercato delle vacche, che ha di mira il consenso del miglior offerente, lettore o spettatore che sia. A chi spetta allora ridare anima alla società?