Il diritto del dolore

Sarà dunque la Corte costituzionale a stabilire chi dispone realmente, se il Presidente della Repubblica o il ministro della Giustizia, del potere di concessione della grazia. Di fronte al rifiuto del ministro Castelli di dar corso alla richiesta relativa al detenuto Ovidio Bompressi, il Quirinale ha sollevato un conflitto di attribuzioni di fronte alla Consulta. E la pronuncia con cui i giudici costituzionali risolveranno la questione avrà ovvi riflessi generali, proiettandosi anche sui casi futuri, fra i quali quello ben noto di Adriano Sofri.
Il ricorso del Colle parte dall'idea che il potere di grazia appartenga per intero al presidente della Repubblica. Si tratterebbe di un suo potere non solo in senso formale, ma anche in senso sostanziale: perciò, la controfirma del ministro, pure richiesta dalla Costituzione sull'atto di grazia, sarebbe un «atto dovuto», cui il ministro non potrebbe sottrarsi. A sostegno di questa tesi, si allega soprattutto l'idea che ogni atto di clemenza individuale deve essere per sua natura estraneo all'indirizzo politico governativo. Il ministro non dovrebbe partecipare sostanzialmente alla decisione perché si tratta qui di annullare gli effetti penali individuali di una condanna irrogata da un Tribunale. La clemenza individuale è un potere che interferisce con la giurisdizione e con la sottoposizione di ciascun singolo alla legge penale, e come tale va lasciata per intero non al potere politico, ma alla volontà di organo «neutrale», come il Capo dello Stato, cui tradizionalmente appartiene il potere della giustizia «suprema».
Domanda: ma siamo sicuri che la decisione di concedere la grazia sia sempre estranea all'indirizzo politico di un governo e di una maggioranza? Con tutto il rispetto e l'umiltà dovuti di fronte a dolorose vicende umane, bisogna pur dire che Ovidio Bompressi fu coinvolto, insieme ad Adriano Sofri, nel delitto Calabresi. Si tratta perciò di concedere la grazia non all'oscuro responsabile di un oscuro delitto, ma a un personaggio noto, che ha partecipato ad uno dei più tragici atti di terrorismo mai avvenuti nel nostro Paese, e ne porta sulle sue spalle il peso. Peso che è quello di una vicenda storica collettiva, tragica e tormentata, che ancora ci angoscia. Le colpe di molti non devono ricadere su uno solo, questo è certo, e la grazia, proprio come atto di clemenza individuale, non va confusa con l'amnistia, che è un atto di clemenza generalizzato. Ma graziando Bompressi (e, in prospettiva, Sofri) è come se si ponesse la parola fine ad una vicenda che, oltre ai protagonisti diretti, ha segnato e coinvolto drammaticamente un Paese intero. Bompressi non è l'oscuro responsabile di un oscuro delitto e l'omicidio Calabresi segna dolorosamente molto del nostro passato pubblico. Particolarmente per vicende come questa, la controfirma ministeriale sull'atto di grazia dovrebbe assumere un ruolo sostanziale, proprio perché si tratta di far assumere al ministro la piena responsabilità politica, di fronte al Parlamento, di un atto di clemenza, certo individuale, ma che ha un enorme significato politico. Seguendo la tesi del Quirinale, la controfirma sarebbe solo un atto dovuto. Ma un atto dovuto privo di discrezionalità non può essere fonte di alcuna reale responsabilità politica, poiché si può rispondere solo di ciò che si è consapevolmente voluto. Se la tesi del Quirinale fosse vera, alla fine, la controfirma non potrebbe qui svolgere la funzione per cui è stata pensata, quella di costituire un efficace velo alla posizione di irresponsabilità politica del Presidente della Repubblica: perché gli effetti politici (innegabili) della decisione sarebbero fatti risalire direttamente al Capo dello Stato. Ed è assai discutibile che ciò sia un bene.
Nella controversia che riguardò, tempo fa, la concessione della grazia a Sofri, qualcuno ipotizzò che fosse il presidente del Consiglio a sostituire il ministro renitente nella controfirma, previo il passaggio della questione in Consiglio dei ministri. A prescindere dalla praticabilità giuridica e politica di una simile procedura, anche questa tesi, implicitamente ma chiaramente, conferma e anzi presuppone il rilievo politico della vicenda, con correlativa chiamata in causa della responsabilità politica del governo.
Finale e sommessa notazione. È questa una vicenda pubblica nella quale sono coinvolte non solo le competenze di organi istituzionali, ma anche, dolorosamente, i diritti e le sofferenze di individui concreti: di chi sta in carcere, certo, ma anche dei familiari silenti - e, sembra, consultati con discrezione sull'ipotesi della grazia - di una tragica vicenda di terrorismo. E in chi osserva vicende come questa resta un senso di amarezza, un cruccio sottile nel vedere come ragioni e torti sembrino confondersi, come argomenti di diritto costituzionale «coprano» esigenze politiche. Negando, quel che è più grave, ogni spazio al silenzio dignitoso di tante vittime degli anni di piombo.
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