IL DIRITTO DI FARE IL PAPA

La polemica impetuosamente avviata dalle parole con cui Benedetto XVI ha fatto sua la posizione dei vescovi italiani per il referendum sulla fecondazione assistita appartiene, mi sembra, a un vecchio repertorio anticlericale. Repertorio cioè di tempi in cui la Chiesa aveva posizioni di aperta e preconcetta ostilità allo Stato italiano, e veniva dallo Stato ricambiata con ostilità eguale e contraria. Ogni presa di posizione della Chiesa su problemi riguardanti la comunità dei fedeli era allora vista, quale che ne fosse l’argomento, come un’indebita ingerenza nella politica e un arrogante condizionamento delle coscienze.
Ma è scorsa molta acqua sotto i ponti del Tevere. Certo mangiapretismo di maniera è finito per evidente decrepitezza. E dobbiamo ammettere che vi furono nella storia italiana del dopoguerra momenti nei quali il papato, e i vescovi italiani, rivendicarono e svolsero un ruolo importante anche in vicende - come gli equilibri di governo o le alleanze internazionali - cui a stretto rigore avrebbero dovuto rimanere estranei. Sono rimaste memorabili - e non positivamente per quanto mi riguarda - le pressioni di Pio XII perché Alcide De Gasperi si alleasse al Msi nelle amministrative romane del 1952. È risaputa l’insistenza con cui la Santa Sede volle a lungo che il ministero della Pubblica istruzione fosse affidato a esponenti della Democrazia cristiana.
Da laico ho sempre provato disagio e contrarietà per taluni intrecci pericolosi tra la fede religiosa e la fede politica, soprattutto quando la prima veniva posta al servizio della seconda. A Cesare quel che è di Cesare, d’accordo. Senza ambiguità. Ma per il seguito della massima evangelica siamo tenuti, da laici, a riconoscere non il diritto, ma il dovere della Chiesa di intervenire su temi che sono - e la fecondazione assistita lo è senza dubbio - di coscienza, che incidono sulla spiritualità di ciascuno, sulle scelte morali e religiose, sull’essenza più alta e segreta d’ogni creatura umana. In casi come quelli ormai remoti del divorzio o dell’aborto, o come questo della fecondazione assistita, il silenzio della Chiesa o una sua impensabile neutralità di fronte alle varie opzioni sarebbe un’abdicazione o peggio ancora un tradimento.
Il Papa sta con il cardinale Ruini che è per l’astensione. A qualcuno pare sorprendente? A me no. Nemmeno capisco i ragionamenti - a mio avviso di lana caprina - con cui si pretende che la Chiesa potesse suggerire di votare no ai quattro quesiti referendari, ma non potesse suggerire di non votare. Si tenta di sostenere questa tesi con fragili arzigogoli pseudo-istituzionali e pseudo-costituzionali. La questione secondo me è piuttosto semplice. Poiché non esiste in Italia l’obbligo del voto, e infatti non sono previste sanzioni per chi non vota, l’astensione è una delle scelte assolutamente lecite. C’è un altro argomento in favore della Chiesa. Gli ambienti cattolici più rigorosi dicono che non vogliono la modifica in peggio della legge 40, ma neppure l’amano la legge 40, anzi la ritengono deplorevole. In tali circostanze perché dovrebbero essere costretti a votare? Non votano.
Che poi questo possa risolversi in un fallimento del referendum lo sappiamo tutti. Ma i referendum possono fallire. O sotto il peso dei no - come in Francia - o eventualmente sotto il peso delle astensioni, se questo avverrà in Italia.
Trovo abbastanza stravagante la pretesa dei laici di insegnare al Papa a fare il Papa e ai vescovi a fare i vescovi. Si può dissentire da ciò che il Papa e i vescovi predicano, chi lo nega. Non meno stravagante risulta per me l’imposizione al gregge dei cattolici di correre alle urne. Perché dovrebbero correre, se non se la sentono? Tra le stravaganze pongo anche gli eccessi di zelo integralista cattolico che proprio in occasione di questo referendum si sono manifestati in personaggi e circoli in passato rigorosamente etichettati come laici. Dunque anche lì alligna la voglia di rubare il mestiere al Papa?