Dal diritto di sangue alle «urne»

Nelle ultime ore è come riscrivere la storia della criminalità organizzata siciliana. Cambiano i tempi, la società si evolve e mutano pure i metodi di Cosa nostra. E già, perché, per certi versi, i sistemi della mafia sono anche legati all’evoluzione della società. Le cronache ricordano che le cementificazioni delle grandi città, da Palermo a Messina e da qui a Catania e Trapani, hanno cancellato definitivamente la figura del mafioso rurale per fare spazio al boss cittadino, in giacca e cravatta, con interessi nell’edilizia prima e nella droga poi.
Sono davvero lontani i tempi in cui il ruolo di capo di una «famiglia» era quasi un titolo ereditario e passava, come per diritto incontestabile, da padre in figlio.
Era stato così per Giuseppe Di Cristina (ucciso nel 1978 a Palermo), che aveva ricevuto il titolo di capo della mafia di Riesi, paesino in provincia di Caltanissetta, dal padre Francesco.
Era accaduto una domenica pomeriggio del settembre del 1961. In paese era giorno di festa. Alcuni picciotti, che portavano a spalla la statua della Madonna della Catena, si erano fermati sotto il balcone della casa di don Ciccio Di Cristina. Il vecchio boss guardò il suo «popolo» e posò una mano sulla spalla del figlio Giuseppe. Un gesto carico di significato. Come per dire: «Da oggi il capo è mio figlio».
Ed era accaduto quasi per successione naturale il passaggio del comando dal boss corleonese Luciano Liggio (in carcere dal 1974) al suo figlioccio Salvatore Riina, che assieme a Bernardo Provenzano era stato la mano armata di Liggio.
Per don Luciano non era stato così semplice. Lui il titolo di boss lo aveva conquistato sul campo, eliminando a colpi di mitra il suo vecchio padrino, Michele Navarra, che era il primario dell’ospedale di Corleone.
Ed era stata «un’eredità» quella che Stefano Bontade (ucciso nel 1981) aveva ricevuto alla morte del padre, don Paolino, capomafia del quartiere palermitano della Guadagna.
Adesso, a distanza di quindici anni dalla cattura di Riina e a due dall’arresto di Provenzano, si apprende che alcuni capi «famiglia» avevano pensato a una forma democratica di elezione. Avevano organizzato una sorta di elezioni «primarie» per stabilire chi doveva comandare Cosa nostra e ricostruire la vecchia «Commissione provinciale». Si tratta dell’organismo che «collegialmente» decide le azioni da portare avanti, omicidi e anche stragi. Decisioni così estreme, sino al gennaio del 1993, erano toccate a don Totò Riina. Diversi pentiti di mafia raccontano che è stato lui a decidere sia la strage di Capaci, dove morì il giudice Giovanni Falcone, sia quella di via D’Amelio, a Palermo, per assassinare il giudice Paolo Borsellino.