Il diritto di uccidere

Sta ora alle tre massime autorità irachene (presidente della Repubblica, presidente dell'Assemblea, presidente del Consiglio) decidere sulla applicazione della data fissata dal tribunale per l'impiccagione di Saddam Hussein. È un problema aperto fin da quando il leader iracheno venne catturato: era ben evidente che gli americani preferivano, secondo la loro tradizione, un processo che dichiarasse giuridicamente e penalmente le colpe storiche del dittatore. Come a Norimberga.
Le cose sarebbero state più semplici se, come era avvenuto in Europa con le dittature di Mussolini, di Hitler, di Ceausescu, Saddam fosse stato ucciso in combattimento. L'idea europea è che i dittatori meritino la morte in battaglia ma non possano avere un processo. L'Europa accetta la decisione del fatto, rifiuta quella del diritto. L'America ritiene che il diritto soltanto abbia l'ultimo valore e che il fatto debba essere colpito dalla legge e dalla sentenza.
Quando Massimo D'Alema disse che Mussolini avrebbe avuto diritto ad un processo, venne silenziato dalla stampa di sinistra; e con qualche ragione, perché Mussolini nel processo avrebbe impersonato una parte del Paese e costituito un pericolo più grande per la democrazia che non i fascisti senza Mussolini.
Gli americani hanno scelto per Saddam la via del processo, e il processo non poteva che giungere alla condanna a morte, come accadde a Norimberga. Quando l'accusa è così grave come quella rivolta all'ex rais, è difficile immaginare quale pena, diversa da quella capitale, sia possibile. L'Europa ha sviluppato il sentimento della inutilità e della illiceità della pena di morte e si è servita di questa patina di nobiltà morale per criticare l'America. Anche Giovanni Paolo II aveva criticato la pena capitale, ma la Chiesa ne ha sempre sostenuto la possibilità e l'ha persino praticata negli Stati pontifici. L'argomento usato nei documenti ecclesiastici è quello della inutilità della pena di morte come deterrente per il crimine, senza negare però il diritto dello Stato ad infliggerla.
Ciò è tanto più importante in quanto l'Irak vive nel mondo islamico, dove il tema della morte non ha il medesimo trattamento che ha in Occidente. La cultura occidentale vede nella vita l'unico bene, l'Islam ha conservato il sentimento della possibilità di una vita oltre la morte e quindi ha della morte un senso diverso, maggiormente conforme allo stesso passato dell'Occidente. Avendo più forte il senso della comunità che non quello della persona, la cultura islamica considera il singolo solo in quanto membro della comunità e quindi i suoi diritti sono orientati al bene della comunità medesima. Il diritto alla vita non è concepito, come in Occidente, come un diritto che limita i poteri della comunità.
Politicamente, se venisse evitata a Saddam la pena a cui è stato condannato, le etnie vittime della sua repressione, i curdi e gli sciiti, si sentirebbero offese come comunità, non concepirebbero il motivo per cui debba essere risparmiata la vita di chi ha ucciso tanti di loro.
Non so se il governo italiano seguirà il consiglio di Marco Pannella e chiederà l'ergastolo del dittatore invece che l'impiccagione. È possibile perché l'Europa ha sempre l'idea di dover dare lezione di morale pubblica agli altri. In questo caso, dare una lezione all'America per interposto Saddam ha in sé un fascino. L'Italia, che ha dato contributo alla guerra irachena uccidendo un certo numero di terroristi e mantiene ancora un servizio militare per l'istruzione di quadri della polizia, non dovrebbe associarsi alla domanda di cambiamento della pena, che offenderebbe tanta parte del popolo iracheno.
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