Disarcionato, Prodi risale in sella ma la strada del governo è segnata

Prodi, dunque, è tornato a sorridere dopo il broncio dei giorni di crisi. Alla Camera venerdì era più disimpacciato, al contrario del mercoledì e giovedì al Senato, dove, in attesa del voto, sul viso aveva la mutria. Ora fa anche il duro. E però non s’illuda, non è in paradiso. Sì, Prodi è tornato in sella, ma l’arcione non è ben assicurato al dorso del cavallo. «La baracca non regge più», ha scritto il mio amico Pansa, che siede sull’altra sponda con spirito libero.
È così, non c’è dubbio, e lo dice non a dispetto di Prodi, il cui destino mi interessa poco, ma preoccupato per il Paese, che è il mio come di altri cinquanta milioni di concittadini. C’è la ripresa, è vero, che in verità è una ripresina, tra l’altro neppure dovuta ai nostri meriti, ma che ne accadrà con un governo che penserà soprattutto a guardarsi dagli agguati? È l’Unione che è piena di scontenti e inaffidabili.
Prendiamo la questione Afghanistan. Scontata la contrarietà dei trotzkisti, si può continuare a contare sul patriottismo del centrodestra? Un centrodestra demonizzato e insultato, che potrebbe perdere la pazienza. E non c’è solo l’Afghanistan. Mettiamo in fila: pensioni, Dico, Tav, ricatti vari della sinistra radicale, riserve dei sindacati, dei cattolici e non ultime quelle di liberali autentici. Senza contare i riflessi delle rivalità tra le diverse sinistre: tra Fassino, D’Alema, Mussi, Salvi, per esempio, a proposito del programmato Partito democratico, che non piace neppure all’ottimo Macaluso. Ma no, non regge più la baracca. Questione solo di tempo.
Quanto potrà durare? Prima o poi c’è il rischio che anche i senatori a vita si stanchino. Sono persone perbene, non possono continuare a recitare la parte di tappabuchi, mettendo a rischio il rispetto che gli è dovuto. Certo, nessuno può contestare loro il diritto al voto, ma a furia di usarlo contro metà del Paese, ne va della loro dignità strumentalizzata.
Possono quei distinti e rispettabili signori avallare sempre una politica di maggioranza tesa a demonizzare l’opposizione (che proprio minoranza non è) e a punirla con provvedimenti odiosi. Ecco dove sta il vero problema, politico e morale, che si pone per tutti ma soprattutto per chi viene chiamato a portar soccorso indiscriminatamente ad un governo di parte.
Problema di civiltà politica, peraltro. Che democrazia è quella in cui stiamo precipitati in questi anni di cosiddetta Seconda Repubblica? Non usciremo dal girone in cui siamo cacciati se non si pone seriamente e in tutta onestà - da una parte e dall’altra, è bene dirlo lealmente - questo grande problema. Ai tempi di De Gasperi e Togliatti, di una Dc e di un Pci nemici per la pelle, c’era più civiltà politica. Dove finiremo se non la si recupera?
Non riesco proprio a capire, e credo di non essere solo, perché non si possa discutere, rispettarsi, salutarsi pur stando su sponde opposte, armati non di mitra ma solo di pensieri e aspirazioni ideali. Sono passati più di due secoli, a momenti quasi tre e nelle nostre contrade la lezione di Locke, Hume, Voltaire, Kant, i filosofi liberali del Settecento, non è penetrata in tutte le coscienze. Dov’è la cultura della libertà?
È certo importante, ma solo contingentemente, auspicare larghe intese per la legge elettorale. Apprezzabile anche, perché no?, che si riconosca finalmente al governo di Berlusconi e Tremonti il merito di aver procurato nuove e salutari entrate all’erario. Ma sono quisquilie a petto della mancanza di cultura della libertà. Lo dico anche ai miei amici del centrodestra, i quali devono dimostrare finalmente di saper fare vera politica delle grandi intese, almeno tra loro, senza beccarsi continuamente e stupidamente. Una volta si diceva «politique d’abord». Già, meglio, molto meglio di una guerriglia verbale fatta spesso di insulti. Ma guarda un po’ a che cosa bisogna rifarsi per auspicare cultura e civiltà politica.